Rassegna stampa

Faraone: “I ricercatori? Lavoreranno nelle scuole e negli uffici pubblici”

Il sottosegretario all’Istruzione, in un'intervista alla Stampa on line: «Occorre prevedere crediti in più per chi ha un dottorato. È una forma che favorisce il merito, senza discriminazioni. La classe dirigente della Pubblica Amministrazione deve essere di altissima qualità.»

di Davide Faraone,  pubblicato il 13 luglio 2015 , 1883 letture
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Sottosegretario Faraone, la riforma della Pa ha dato via libera alla valorizzazione del dottorato di ricerca nei concorsi pubblici. In che modo?

Nel decreto Madia adesso in discussione gli emendamenti del deputato Meloni che stabilivano dei canali preferenziali per concorrere nella pubblica amministrazione erano due: uno distingueva l’ateneo di provenienza, l’altro valorizza il titolo del dottorato. Entrambi hanno immesso nel dibattito temi molto importanti che ci costringono a una riflessione più ampia sul valore e sulla spendibilità dei titoli di studio. Ero e sono contrario a stabilire classifiche tra Atenei, per questo sono stato tra coloro che hanno chiesto la soppressione del primo emendamento. Ma ero e sono favorevole a introdurre pluralità di missioni nel sistema universitario all’interno di un ragionamento più ampio e organico, oltre che franco e condiviso, che investa l’Università e il mondo della Ricerca. Entrambi devono essere legati al sistema produttivo del Paese. Per questo trovo sacrosanto l’emendamento che introduce la valorizzazione del titolo di dottore di ricerca nei concorsi della PA. Che significa? Significa che la classe dirigente della Pubblica Amministrazione deve essere di altissima qualità. Prevedere che il titolo di dottore di ricerca favorisca l’accesso agli alti ranghi dell’amministrazione è una modalità concreta per qualificarla. È una forma che favorisce il merito, senza discriminazioni.

Qualcosa di simile c’è anche nella riforma della scuola. Che cosa esattamente?

Lo stesso ragionamento vale anche nei concorsi per insegnanti: è assurdo non prevedere dei crediti in più per chi ha un dottorato in letteratura, in pedagogia, in sociologia o in qualunque altra disciplina che attesti conoscenza, approfondimento, eccellenza e metodo. Ridare dignità alla professione dell’insegnante vuol dire anche riconoscere il percorso che i docenti hanno fatto durante la propria formazione e che possono continuare a fare dentro la scuola. Io considero l’aggiornamento dei docenti come una forma di ricerca-azione, altamente qualificata, che può condursi in sinergia con i dipartimenti di ricerca. È una cosa che accade normalmente in sistemi d’istruzione eccellenti o emergenti: Finlandia, Australia, Brasile.

Come spiega il fatto che in Italia finora non fosse prevista alcuna valorizzazione dei dottorati?

Siamo stati per lungo tempo un paese bloccato e organizzato per compartimenti stagni, senza osmosi. Un dottorato in medicina o in ingegneria o in pedagogia doveva essere speso soltanto in un ateneo. Con dei “costi umani” considerevoli. Ci rendiamo conto dell’assurdità? Adesso flessibilità, osmosi, eccellenza, qualità, sono caratteristiche richieste per competere a livello internazionale. La ricerca deve avere delle ricadute sociali e produttive, per cui ben venga la sinergia tra questa e la società, tra questa e lo sviluppo. Significa rendere merito a chi ha fatto dell’approfondimento e della ricerca una scelta di vita attiva non di eremitaggio, scelta che può essere spesa a beneficio della collettività e non solo nei dipartimenti universitari: nella pubblica dirigenza, nelle scuole, nelle imprese. Significa investire nel nostro Paese. Per cui è un bene che nella riforma della PA si preveda un riconoscimento specifico di tale titolo come canale preferenziale per accedere a cariche dirigenziali e nei concorsi della pubblica amministrazione. Agiamo nell’interesse dell’Italia che vorremmo: l’Italia delle eccellenze, che premia il merito e che, nello stesso tempo, qualifica il Paese. Lo stiamo facendo con la riforma Madia, lo stiamo facendo con La Buona Scuola, lo stiamo facendo anche con il Piano Nazionale di Ricerca che è stato recentemente presentato ma non adeguatamente considerato dai media: sono previste una serie di misure per favorire l’immissione nel mondo delle imprese dei dottori di ricerca, con l’istituzione dei cosiddetti dottorati industriali. Fisici, biologi, medici, ingegneri: le nostre imprese hanno la migliore artigianalità ma sono carenti in innovazione e di specializzazione qualificata con formazione superiore. Storicamente le piccole e medie imprese non investono in laureati, meno che mai in dottori di ricerca, non solo per effetto della crisi, visto che è personale che va pagato molto di più, ma anche per scarsa apertura. Eppure devono farlo, oggi non ci si può permettere di non competere sull’innovazione. Prevedere degli sgravi per l’assunzione di dottori di ricerca, ecco, questo potrebbe essere il prossimo passo.

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