Rassegna stampa

Tv e telecomunicazioni, Mucchetti: ci vuole un tavolo, la moral suasion non si esercita per decreto

Tv e telecomunicazioni: giusto dare le linee guida da parte del governo ma gli operatori devono poi fare le proprie scelte
L'intervento di Massimo Mucchetti, Presidente Commissione Industria del Senato - Il Messaggero

di Massimo Mucchetti,  pubblicato il 2 marzo 2015 , 1292 letture
Domani il governo emanerà un decreto per costringere Telecom Italia a spegnere la rete in rame dei telefoni o sceglierà un'altra strada, più rispettosa dei diritti di una società quotata in Borsa e della realtà industriale delle telecomunicazioni? E oggi, come reagirà la Rai all'opa su Rai Way? La bollerà come ostile e conserverà il suo attuale 65%, magari arrotondandolo al 66,7% così da blindarsi anche nell'assemblea straordinaria, oppure lascerà aperta la porta alla vendita del 14% a Berlusconi ponendo le premesse per una gestione condominiale della sua rete di trasmissione? 

Nell'immediato, sono le due domande vere che agitano il settore cruciale delle infrastrutture delle tv e delle tlc, tra loro connesse più di quanto non si creda. Per il futuro, invece, ci vuole qualcosa di più, perché è vero che l'Italia ha una rete di telecomunicazioni superata e un'infrastruttura televisiva inefficiente.

Cominciamo dalla Rai, che di sicuro non può accogliere l'offerta di Mediaset. Il prezzo è inadeguato: valuta Rai Way 9-10 volte il margine operativo lordo quando la spagnola Abertis stima 15 volte le torri di Wind, peraltro meno importanti e pregiate. Il soggetto offerente, Ei Towers, finanzierebbe l'operazione a debito con l'idea di ripagare i creditori grazie ai risparmi gestionali che deriverebbero dal monopolio. Ma quand'anche i conti previsionali funzionassero, la nuova società delle torri non avrebbe comunque i soldi per investire e, magari, per partecipare utilmente alla ridefinizione del settore allargato alle tic. Avremmo una nuova Telecom, con un pesante fardello debitorio sulle spalle. E tuttavia mettere assieme le due infrastrutture non rappresenta un errore in assoluto.

Se si facesse una fusione Rai Way-Ei Towers, non si aggiungerebbe debito a debito e si avrebbero i risparmi gestionali attesi. Se infine Rai e Mediaset vendessero le loro partecipazioni nella nuova società, entrambe avrebbero un beneficio finanziario non trascurabile e si risolverebbe in radice il nuovo conflitto d'interessi che, diversamente, insorgerebbe in capo a Berlusconi. Di più: se Mediaset, ipotesi azzardata, uscisse dall'attività televisiva diretta, il Biscione potrebbe a buon diritto proporsi come gestore delle torri: i Berlusconi diventerebbero come i Benetton con le loro autostrade. Discuteremmo, a quel punto, della tendenza di tante dinastie a ridurre la propria esposizione al rischio industriale, ma nessuno potrebbe contestare la legittimità di una scelta imprenditoriale.

Il caso Telecom ha una dinamica diversa. Il cda ha respinto il piano del governo per la banda ultralarga pensato da Cdp. Secondo il piano, Telecom avrebbe apportato circa 600 milioni a Metroweb nonché l'accesso all'ultimo miglio e la sua clientela, ricavandone in prima battuta una partecipazione rilevante e, all'esito degli investimenti, il controllo. Una simile ipotesi avrebbe potuto rendere conveniente, a un certo punto, anche l'incorporazione di Metroweb in Telecom e il conseguente ritorno dello Stato, attraverso i Fondi di Cdp, in Telecom, sia pure con una partecipazione non imponente.

Il cda di Telecom ha considerato che il ritorno a breve di questo piano non sia conveniente per la società. E dunque ha interrotto i negoziati. Un punto va chiarito subito: il vertice di Telecom ha pieno diritto di decidere quel che ha deciso e il governo, che parla tanto di capitali esteri, non può trattare Telecom come se fosse una municipalizzata imponendo lo switch off per legge. Ma c'è anche un altro punto: questo cda di Telecom è stato indicato da azionisti in uscita (Telefonica, Intesa, Mediobanca e Generali) e da una lobby, Assogestioni, che investe sempre meno in azioni italiane ed esercita un potere non proporzionato alla responsabilità patrimoniale assunta dai suoi associati.

Dove vogliono andare a parare gli amministratori di Telecom? C'è un nuovo azionista, il gruppo francese Vivendi, sulla porta. C'è da sempre sul tavolo l'ipotesi dello spezzatino del gruppo, che farebbe la gioia delle banche d'affari, e non solo. Il piano di Telecom risulta inadeguato rispetto alle reali esigenze di modernizzazione del Paese. Inoltre Telecom soffre il proprio debito, che si risolve solo con un aumento di capitale.

Più che una guerra tra governo e Telecom, oggi servirebbe prendere il toro per le corna e ridisegnare un azionariato di Telecom adeguato alla seconda parola della sua ragione sociale, che fa Italia, nome proprio di un Paese e non aggettivo che qualifica la filiale di una multinazionale qualsiasi. E se in questo azionariato avrà un ruolo di garanzia anche lo Stato, non sarà certo uno scandalo. Ma l'unica vera moral suasion per il vertice di Telecom non sarà una sfida per decreto di incerta costituzionalità, ma la reale partenza su larga scala di Metroweb nel posare la fibra in accordo con tutti.

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