Rassegna stampa

Un piano per rilanciare le grandi aziende

L'analisi di Michele Meta Presidente Commissione Trasporti e Tlc della Camera dei Deputati

di Michele Pompeo Meta,  pubblicato il 7 febbraio 2014 , 1534 letture
C'erano una volta i «Compro oro», che fino  a poco tempo fa spuntavano come funghi e oggi cominciano a chiudere.
Le famiglie in crisi si precipitavano a vendere i gioielli di famiglia, per arrivare alla fine del mese: a volte erano oggetti inutilizzati e non particolarmente cari, altre volte erano pezzi di cuore. Nel frattempo la crisi morde ancora, ma i «Compro oro» non luccicano più: un po' perché il prezzo del metallo è calato, molto perché chi doveva vendere ha già venduto e spesso purtroppo si è già mangiato l'incasso. Di fronte all'avvio del percorso di privatizzazioni da parte di Poste Spa, di Enav e di altre aziende pubbliche, la saracinesca abbassata di parecchi «Compro oro» ha qualcosa da insegnare alla politica.

Non è un problema di cuore, né regge l'obiezione spesso alzata come una bandiera dalle opposizioni che i gioielli di famiglia vadano conservati tutti, per sempre e a qualunque costo. È piuttosto un problema di testa, perché gli asset pubblici vanno venduti bene e al momento giusto, ma soprattutto vanno utilizzati al meglio i ricavi: venderli a peso d'oro e poi buttare in un pozzo il gruzzolo significherebbe sprecare una delle rare occasioni di ripresa in un momento del genere. Il risanamento delle casse dello Stato è certamente un'urgenza, ma anche la crescita economica lo è: se alleggerire la presenza dello Stato in alcuni settori industriali può non essere più rinviabile, ancor meno lo è un cambio di rotta in materia di politiche di sviluppo, come lo stesso presidente Napolitano ha evidenziato martedì nel suo intervento al Parlamento europeo.

L'austerità, da sola, è come il digiuno in ospedale prima di un'operazione: necessaria, certamente, ma non sufficiente per guarire dalla malattia; se il doveroso taglio degli sprechi nella spesa pubblica può essere una risposta ai minori introiti fiscali, dettati dalla crisi, le risorse provenienti dall'alienazione o dalla quotazione di un primo pacchetto di aziende pubbliche devono essere il volano (uno dei pochi attualmente possibili) per rilanciare l'economia e il lavoro.

Porre la questione soltanto in termini di priorità valoriali non aiuta: non esiste, infatti, un'ipotetica scala di valori sulla quale riduzione del debito e crescita possano essere pesati con la stessa misura. Ma possono giovare i numeri, questi sì neutrali, per aiutare il governo a optare per il meglio. Ammettiamo con una stima verosimile che dalle privatizzazioni si ricavino 10 o 12 miliardi di euro: se gettati nel pozzo del debito pubblico (che ha sforato i 2mila miliardi), vanno a riempirlo dello 0,5 per cento (un duecentesimo); se invece investiti in progetti virtuosi potrebbero avere un peso maggiore.

C'è l'imbarazzo della scelta, è vero: un piano nazionale per la difesa del suolo (priorità in un Paese dilaniato dal dissesto idrogeologico), un piano capillare di piccole opere per rilanciare l'economia, un piano di sviluppo delle reti TLC di nuova generazione, e così via. Basta proprio quest'ultimo esemplo per dare l'idea del moltiplicatore: a fronte di investimenti per la banda larga di circa 800 milioni di euro, il PIL nazionale potrebbe aumentare di circa 20-25 miliardi. Certo, per fare ciò occorrerebbe una revisione della normativa degli ultimi anni. Ma è nell'ordine delle cose, e non sarebbe uno scandalo, così come è normale che un medico cambi alimentazione al malato a seconda dei momenti. Il Pd, in tutto questo, deve giocare un ruolo importante nel rilancio dell'azione di governo.

È il tempo di valorizzare le grandi aziende partecipate o controllate dallo Stato attraverso un piano pluriennale di politiche industriali pubbliche, che non le facciano più pesare sui bilanci come un fardello.
È il tempo di abbandonare le vecchie etichette, che dividono con l'accetta tra statalisti e liberisti, e di capire quanto sia necessario il rilancio di fiori all'occhiello dell'industria pubblica in settori strategici per l'economia nazionale: la cantieristica navale, i trasporti, l'innovazione tecnologica, le telecomunicazioni.

Venendo al concreto, in queste settimane si torna a parlare di «deconsolidamento» del settore trasporti civili da parte di Finmeccanica, così come ha affermato l'amministratore delegato del più grande gruppo industriale pubblico del Paese in una recente audizione in Parlamento.

Ho sempre ritenuto, spesso in solitario, che Finmeccanica non possa fare a meno di aziende come Ansaldo Breda e Ansaldo Sts, che sono conosciute per le eccellenze e per l'innovazione in tutto il mondo e che continuano ad avere commesse importanti nei Paesi asiatici e non solo. Ogni strada va tentata: l'idea di far nascere un grande polo italiano dell'industria trasportistica, avanzata nelle scorse settimane dal premier Letta, merita attenzioni soprattutto se permette la crescita di un gruppo che, tenendo insieme anche Fincantieri (controllata da Fintecna), può posizionarsi ad altissimi livelli nel mercato mondiale.
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