Proposta programmatica

L’Italia giusta: Università e ricerca per ripartire

Più iscrizioni, fermare il calo dei docenti, rilanciare il programma Erasmus, aumentare le borse di studio, rilanciare i dottorati di ricerca e la ricerca scientifica, incrementare i finanziamenti pubblici agli atenei e abolire quelli alle università telematiche, rivedere la riforma Gelmini.

pubblicato il 14 febbraio 2013 , 17343 letture
Universitari  Universitari in aula

Crescita e coesione, equità e mobilità


 1. Da dove partiamo? Molte ombre e qualche luce nei dati sull’università italiana.

 

I tagli alla radice della crisi. L’Italia spende 4.9% del PIL in istruzione contro una media OCSE del 6.2% e UE-21 del 5.9%. In istruzione universitaria investiamo poco più della metà della media UE (-0,8% contro 1,3%). Tra il 2009 e il 2013 -13% del finanziamento statale. Negli ultimi 20 anni istruzione e ricerca sono le uniche voci del bilancio pubblico scese drasticamente (-5,4%). Una scelta inspiegabile per la strategia di crescita culturale ed economica di un paese avanzato, adottata senza alcun confronto pubblico e senza che né i cittadini né il Parlamento si siano espressi in tal senso.

La fuga dall’università. Dal picco di 338.482 (2003-2004) immatricolati, siamo crollati a 280.144 (2011-2012), con un calo del 17%. Solo nell’ultimo anno, i diplomati che si iscrivono all’Università sono calati del 10%. Per laureati nella fascia di età 25-34 anni l’Italia è al 34° posto su 37 paesi OCSE. La Strategia Europa2020 prevede entro il 2020 il 40% di laureati nella fascia 30-34 anni (siamo intorno al 20%, contro una media UE vicina al 35%) e la dispersione scolastica sotto il 10% (Italia: 19%, con punte molto più alte nel Sud e nelle isole; media UE 14%). Nel 2011 il governo Berlusconi, nel PNR, si è posto invece obiettivi minimi (26-27% di laureati, 15-16% di dispersione scolastica), che ci porterebbero nel 2020 a essere indietro addirittura rispetto ai dati europei del 2010.

Tasse alte, diritto allo studio allo stremo. L’Italia coniuga tasse molto elevate (terza in Europa dopo UK e Paesi Bassi, che però vantano una spesa per studente quasi doppia) e il peggior sistema di diritto allo studio. Ottiene una borsa di studio solo il 7% degli studenti, con 258 milioni di euro di fondi pubblici, contro il 25,6% della Francia (1,6 miliardi), il 30% della Germania (2 miliardi) e il 18% della Spagna (943 milioni). In 5 anni il nostro dato è calato (-11,2%), mentre è aumentato negli altri paesi (Francia +25,9%, Germania +18,6%, Spagna + 39%). Il diritto allo studio per i meritevoli è negato dallo scandalo italiano degli idonei senza borsa, che evidenzia drammaticamente la distanza tra Nord e Sud: nel 2010/2011, dei 181.312 studenti aventi diritto a una borsa di studio hanno avuto la borsa solo in 136.222: più della metà degli aventi diritto non beneficiari di borsa sono nel Mezzogiorno.

Calo dei docenti, fuga dei cervelli. Dal 2009 al 2012 -10% di docenti e -10% di personale tecnico e amministrativo, nonostante l’Italia abbia un rapporto tra docenti e studenti inferiore alla media UE. L’Italia è 18a su 20 Paesi OCSE per rapporto fra ricercatori e occupati (metà della media). La classe docente italiana è la più anziana d’Europa: oltre il 22% ha più di 60 anni, contro il 6,9% in Spagna, l’8,2% in Francia, il 10,2% in Germania; solo il 4,7% dei docenti ha meno di 34 anni, contro il 31,6% in Germania, il 22% in Francia e il 19% in Spagna. I giovani laureati che abbandonano l’Italia sono più che raddoppiati dal 2002 al 2011 (ISTAT).

Dati positivi da cui ripartire. I ricercatori delle nostre Università sono tra i più produttivi: siamo 7° nel mondo per citazioni su SCOPUS; 8° per produttività di articoli scientifici; nella classifica SCImago, ben 57 università statali italiane sono sopra la media mondiale per produzione scientifica.

 




 

2. Il nostro impegno: invertire la rotta.

 

L’ultima legislatura è stata drammatica per l’università e la ricerca, sempre considerate come fonti di risparmio, mai come i luoghi nei quali si costruisce e sedimenta la crescita culturale, economica e sociale del Paese. Termini come “eccellenza” e “merito” sono stati usati come armi contundenti da una propaganda che non è entrata nel merito dei problemi. Si è registrata una preoccupante continuità di legislatura sull’obiettivo dichiarato di indebolire il sistema pubblico dell’istruzione superiore, ritenuto (in modo oggettivamente falso) troppo dispendioso, troppo diffuso territorialmente e inefficiente. Si è aumentato il carico burocratico, a tutti i livelli, senza mai dare una prospettiva politica sul futuro del sistema dell’istruzione e della ricerca, e, di conseguenza, del Paese. L’umiliazione sistematica delle istituzioni della conoscenza pubblica è in contraddizione con la Strategia Europa2020 e ha già contributo in modo decisivo alla crisi specifica del nostro modello di sviluppo, che precede la crisi internazionale. Il metodo italiano ha ignorato la risposta prevalente alla crisi nei paesi avanzati, in cui proprio gli investimenti in università e ricerca sono stati salvaguardati o addirittura aumentati. Insomma, abbiamo assistito a un’illustrazione pratica della formula attribuita a Derek Bok, già presidente di Harvard: “Se pensate che l’istruzione costi, provate l’ignoranza”.

All’Università italiana serve un cambiamento radicale, nella cultura, nel modello di riferimento, nel metodo di organizzazione e di attuazione delle scelte politiche, nel rapporto tra università, impresa e ricerca. È ormai chiaro che il compimento dello sciagurato disegno Tremonti-Gelmini, completato – anche con provvedimenti dell’ultim’ora adottati in modo del tutto inopportuno a Camere sciolte e in regime di ordinaria amministrazione – dall’azione del governo Monti, affossando l’Università italiana colpisce al cuore le prospettive di futuro del Paese. Dobbiamo partire da una grande azione pedagogica per ricostituire la fiducia tra gli italiani e la sua università, perché per un Paese che non “ama” la sua università, ma la disprezza e irride, non c’è alcuna speranza di sviluppo duraturo. Oltre che ingiusto, è semplicemente stupido credere che l’istruzione non debba più rappresentare una formidabile occasione per la mobilità e dunque la giustizia sociale. L’assenza di investimenti in istruzione e ricerca è la migliore garanzia per l’impoverimento collettivo e la migliore difesa per le rendite. Mario Draghi l’ha detto con chiarezza: “Una buona istruzione incide sulla efficienza delle imprese, pone le condizioni affinché il processo di selezione concorrenziale degli imprenditori più innovativi, più adatti a sospingere lo sviluppo economico, si dispieghi senza i freni esercitati da diritti di casta e da posizioni di rendita” (“Istruzione e crescita economica”,Lectio Magistralis all’Università di Roma La Sapienza, 9/11/2006).

La nostra idea dell’istruzione non è neutra, ma rientra in una scelta di campo netta: quale sia il futuro del modello sociale europeo, legato all’estensione dei diritti sociali in un’Unione in grado di competere come realtà economica avanzata e coesa, o al contrario alla divisione della società per faglie di reddito impermeabili, che usufruiscono dei servizi pubblici privatizzati secondo la loro disponibilità materiale. L’aumento della tassazione universitaria, ad esempio, si nasconde dietro un’apparente ragionevolezza, ma persegue senza dubbio la seconda soluzione. All’ideologia che intende cancellare il ruolo dell’università per lo sviluppo del Paese e per la trasmissione di cultura ed esperienze, restringendola a mero servizio individuale acquistato dagli studenti per l’arricchimento personale, contrapponiamo quella di un bene pubblico universalistico, che deve essere effettivamente alla portata di tutti i “capaci e meritevoli”, a prescindere dalla loro condizione economica e sociale. Proprio partendo dagli obiettivi europei, dobbiamo intenderci: l’università che forma un amplissimo numero di laureati, quasi la metà della popolazione, non è più la stessa di appena venti anni fa. Non è riservata a un’élite, ma contiene diverse funzioni, che devono concorrere armoniosamente all’organizzazione complessiva di un nuovo sistema, ampio, articolato e differenziato, legato a grandi scelte nazionali.

La nostra prospettiva è chiara: proponiamo un modello europeo continentale. La tassazione va ridotta, non aumentata, puntando a una maggiore progressività. Il diritto allo studio è la base di una mobilità capace di affrontare la questione sociale, e va ridotto sensibilmente il carico burocratico, portando in cattedra docenti più giovani. Per prendere sul serio la “terza missione”, dobbiamo evitare di confinare alla parola magica della governance l’articolazione del tema, ben più ampio, del rapporto tra università-impresa, che attualmente viene visto da entrambi i partner in modo utilitaristico, e non finalizzato al risultato, e ha bisogno di maggiore trasparenza.

Oltre al “costo dell’ignoranza”, bisogna avere ben presente il “costo del centralismo” e abbandonare l’approccio iper-burocratico che ha azzoppato l’autonomia, per riportare il Ministero a una logica di promozione e valutazione del pluralismo, dotandolo di competenze adeguate. Il ruolo dell’ANVUR va ripensato a fondo: la sua funzione deve essere chiarita, limitata e riportata a quella riservata a realtà simili nelle esperienze internazionali. L’ANVUR non può essere utilizzata per sostituire governo e Parlamento nell’adozione delle decisioni strategiche sul sistema universitario.

Ispirandoci a lavori come i green paper e white paper del mondo anglosassone o il Rapporto Le Déaut in Francia, per dare una prospettiva generale, superare un atteggiamento ministeriale da “torre d’avorio” e intraprendere un approccio basato su studio, conoscenza dei dati reali del sistema universitario, e su processi di riforma aperti alla partecipazione e alla consultazione pubblica, entro i primi quattro mesi di governo presenteremo un Libro Bianco per l’Università e la Ricerca, che conterrà linee d’azione e tempi di attuazione della politica del centrosinistra nella prossima legislatura.

 




 

3. Le nostre proposte

 

1) Riportare gli studenti all’università: più borse, meno tasse. Contrastare la “fuga dall’università” è il primo impegno politico per il governo del sistema. Scuola e università sono i luoghi della nuova questione sociale: oggi solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in Spagna. Serve un “diritto allo studio mobile”, per rendere le scelte degli studenti uno degli elementi per la valutazione e per l’assegnazione delle risorse (ad esempio attraverso l’introduzione di un costo standard per studente). Per questo, serve un sistema di diritto allo studio e di orientamento già nella scuola secondaria superiore.

A livello operativo, è essenziale trasformare il “fondo per il merito” tremontiano in uno strumento di supporto al nuovo sistema nazionale del diritto allo studio, con la realizzazione di un Programma nazionale per il merito e il diritto allo studio, finanziato con 500 milioni (per i primi anni tratti in larga parte dal Fondo ordinario per l’università, riportato alla sua dotazione precedente agli ultimi tagli), che affianchi gli interventi regionali (su cui è necessario adeguare il livello essenziale delle prestazioni). Fatti salvi i criteri di merito, il mantenimento dell’assistenza è legato alla regolarità negli studi. Per realizzare il dettato costituzionale, occorre un welfare studentesco che vada incontro a tutti i bisogni della popolazione universitaria, per incoraggiare le immatricolazioni ed abbattere la dispersione. Occorre inoltre individuare strumenti per conciliare studio e lavoro, definendo in modo chiaro la categoria degli studenti part-time, ai quali deve essere data adeguata ponderazione sui requisiti di valutazione della performance didattica degli Atenei ai fini della quota premiale.

La riduzione delle risorse non può certo essere compensata con aumenti della tassazione studentesca: al contrario, la tassazione deve essere riportata nella media dell’Europa continentale. Ciò significa ridurre decisamente le tasse universitarie e ristabilire il limite del 20% rispetto al FFO, intaccato dal governo Monti. La tassazione, inoltre, deve essere maggiormente progressiva e più omogenea territorialmente.

  • Le proposte: programma nazionale per merito e diritto allo studio, e standard più elevati per sistema del diritto allo studio regionale; riduzione delle tasse universitarie.


 

2) L’università al servizio degli studenti. Serve maggiore integrazione tra le politiche scolastiche e universitarie, attraverso l’orientamento, con l’ultimo anno di scuola superiore finalizzato alla scelta per l’università e per la formazione professionale: con investimenti mirati sui diplomandi, sulle famiglie, e soprattutto sui professori delle scuole superiori con ore dedicate, pre-test e un adeguato materiale informativo nazionale. Studiare non è inutile: i laureati hanno migliori opportunità lavorative e salari più elevati, ma la diminuzione negli ultimi 20 anni dei rendimenti dei titoli di studio ha generato una caduta delle aspettative nell’istruzione. Per invertire la tendenza, serve una politica complessiva istruzione-lavoro: un’azione congiunta e di lungo periodo sugli aspetti curricolari (le “nozioni” e capacità apprese durante gli studi), i servizi di job placement, gli uffici del lavoro, il sistema produttivo e il sistema di formazione continua, da ripensare nelle sue declinazioni regionali. Proponiamo la creazione di Poli per l’Istruzione Tecnica Superiore per tenere insieme istruzione tecnica e professionale, formazione professionale terziaria (sistema integrato), imprese, università e mondo della ricerca.

Quanto al valore legale del titolo di studio, piuttosto che la sua generica abolizione – priva di senso concreto, data la necessità di collegare lo svolgimento di determinate professioni o l’accesso all’impiego pubblico all’acquisizione di un titolo, nonché la discriminazione sociale e territoriale che essa determinerebbe, considerando l’impossibilità di esercitare il diritto alla mobilità studentesca – proponiamo di eliminarne l’uso distorto ove esso opera, ovvero nella PA.

  • Le proposte: potenziare orientamento; poli per l’istruzione tecnica superiore; titoli con valore legale da università accreditate, eliminando uso distorto e laureifici.


 

3) L’università al servizio dell’Italia. L’università che risponde alle esigenze dell’Italia non può basarsi sull’imposizione dall’alto di un unico modello, perché ha diverse funzioni sociali: eleva il livello di istruzione di base, migliora il capitale umano, trasmette la cultura e la memoria, prepara per il mondo del lavoro, accompagna i processi di revisione e innovazione del sistema produttivo, attrae talenti, forma la classe dirigente. La presenza diffusa sul territorio nazionale del primo ciclo formativo risponde all’esigenza di Europa2020 (40% di cittadini con titolo di studio universitario), ma i percorsi successivi dovrebbero rispondere a criteri rigorosi: l’articolazione virtuosa e dinamica dei compiti tra università e entro le università non va intesa come una segregazione tra atenei di serie A e atenei di serie B, ma come la necessità di garantire chiaramente la qualità delle attività e dei servizi. Serve un coordinamento macro-regionale dell’offerta formativa e delle attività di ricerca, coerente con la specializzazione dei territori.

  • Le proposte: università diffusa sul territorio e articolata nelle sue funzioni, con garanzia di qualità; coordinamento macro-regionale dell’offerta formativa e della ricerca.


 

4) Riaprire l'università a nuovi giovani docenti, con regole semplici e percorsi rapidi. Dopo l’emorragia dei docenti degli ultimi anni, su reclutamento e carriere realizzeremo le proposte avanzate coerentemente nel corso dell’ultima legislatura. Tre sono le questioni principali: a) rimuovere gli attuali vincoli al turn-over e completare rapidamente il piano associati, perché la paralisi nel reclutamento ha portato a un blocco complessivo del sistema; b) superare il circuito vizioso della precarietà e dell’incertezza; c) massima rigidità e vigilanza sulle attività gratuite nell’università, perché il lavoro all’università deve essere retribuito e svolto in modo dignitoso.

Partiremo dalla semplificazione delle figure pre-ruolo, concentrando tutti i post-doc in due tipologie: a) un Contratto unico di ricerca, con garanzie assistenziali e previdenziali; b) professori junior in tenure track, con proporzioni certe per l’ingresso in ruolo. Per gli strutturati, si adotterà il ruolo unico della docenza articolato in due fasce. Investiremo sulla mobilità, estendendo progressivamente l’efficacia delle disposizioni anti inbreeding, per impedire lo svolgimento di tutta la carriera sempre nella stessa sede. Proporremo bandi nazionali per posizioni post-doc e di tenure track che offrano ai vincitori il budget e i fondi, lasciando loro la possibilità di scelta dell’ateneo in cui svolgere l’attività (escluso l’ateneo di origine). Pensiamo, infine, a un sistema di controllo e all’introduzione di limiti per il part-time, e all’ancoraggio al beneficio dell’università delle attività libero-professionali dei docenti, come avviene in molti altri paesi.

  • Proposte: Stop al precariato con contratto unico di ricerca; regole chiare e accesso rapido alle carriere con professori junior in tenure track; ruolo unico di docenza; mobilità dei docenti; bandi nazionali per post-doc e tenure track; controlli e limiti per il part-time; beneficio per l’università dai proventi delle attività esterne dei docenti.


 

5) La bussola Erasmus, per un’università europea. Il programma Erasmus in Italia coinvolge solo l’1% degli studenti, metà della media europea, al Nord il doppio che al Sud. Puntiamo a far sì che in 5 anni si passi da 20mila a 100mila studenti Erasmus all’anno (attraverso sgravi fiscali per le famiglie, riconoscimento dei crediti, scambi di ospitalità). Dal diploma alla ricerca del lavoro il Mezzogiorno perde circa 40 diplomati su 100: proponiamo l’utilizzo dei fondi strutturali UE per il sostegno di percorsi Erasmus e “Master and back” (studio all’estero e contributi a costo occupazione per 2 anni nelle regioni d’origine).

Erasmus significa anche ricercatori europei. È essenziale cambiare paradigma, anche a livello legislativo: dalla “fuga” alla “circolazione” dei cervelli. L’Italia non deve puntare sui giovani “perduti” che “devono” tornare, ma sull’accoglienza dei talenti di qualsiasi nazionalità. Tra le nostre proposte (nel dettaglio qui in appendice) valorizzare in sede concorsuale insegnamento e ricerca all’estero, incentivi agli insegnamenti in lingua straniera, bandi nazionali per la fase post-doc (con possibilità di scegliere in autonomia l’ateneo presso il quale svolgere la propria attività) rivolti anche a studiosi stranieri, equipollenza e riconoscimento dei titoli all’estero per i titoli accademici, attivazione di un sistema di “cattedre parziali”, nell’ambito del quale sia possibile assegnare a studiosi (italiani e stranieri) che insegnano presso università straniere una parte variabile di una cattedra. È poi essenziale rendere più flessibile il sistema dei compensi, con basi retributive adeguate per tutte le attività post-doc e incremento della parte variabile della retribuzione dei docenti strutturati.

  • Proposte: forte potenziamento programma Erasmus, soprattutto nel Mezzogiorno; programmi Master and Back; azioni per attrazione di ricercatori italiani e stranieri.


 

6) Cambiare la legge Gelmini, verso l’autonomia responsabile. L’università italiana viene da anni di assurdo stress normativo. Abbiamo contrastato in ogni modo la legge Gelmini per due ragioni principali: era funzionale a rendere strutturali le manovre di definanziamento di Tremonti (accentuando così la “fuga dall’università”), e sottraeva agli atenei qualsiasi autonomia, oltre a non dare regole chiare e garanzie di diritti a studenti e ricercatori. Il risultato, dopo oltre due anni in cui le università, prive delle risorse per ripartire e, spesso, per sopravvivere, hanno dovuto affrontare una pletora (quasi cinquanta) di decreti ministeriali e legislativi, è la sostanziale sparizione dell’autonomia universitaria. Per questo, nel primo anno di governo, riteniamo indispensabile una profonda revisione della legge Gelmini: in particolare, interverremo sulla governance degli atenei (che deve presentare un maggiore bilanciamento dei poteri nella chiarezza delle responsabilità), sul reclutamento, sul contrasto del precariato, sul necessario superamento del centralismo ministeriale, dell’ossessione burocratica e della pesantissima “tutela” del Ministero dell’Economia. L’obiettivo, spesso dichiarato e mai perseguito realmente, è una vera ed effettiva autonomia responsabile nell’ambito di un sistema universitario fondato sul dinamismo, la cooperazione e la coesione. Le linee specifiche di intervento saranno contenute nel Libro bianco che presenteremo al Parlamento un Libro entro i primi tre mesi di governo.

  • Proposte: più azione di governo, riduzione del peso normativo; modifiche profonde a Legge Gelmini per vera autonomia responsabile degli Atenei; Libro Bianco su azioni per il cambiamento del sistema universitario entro 4 mesi dall’insediamento del governo.


 

7) Aumento delle risorse pubbliche, ma non solo: per stare in Europa. Non è possibile perseguire ancora l’illusione di “riforme senza risorse”. Gli investimenti in università e ricerca devono essere aumentati, con l’obiettivo di fondo di una graduale convergenza verso la media UE (se possibile, entro la legislatura). La ricerca ha già pagato pesanti costi di aggiustamento, mentre, oltre ai risparmi sull’interesse del debito, le risorse per crescere devono essere trovate nella “revisione intelligente” delle voci di spesa pubblica aumentate dal 1990 a oggi.

Riteniamo opportuno assegnare quote crescenti del FFO in base a criteri valutativi come proponevamo nel confronto parlamentare sulla L. 240: l’obiettivo è portare gradualmente fino al 50% le risorse assegnate a dipartimenti e atenei in base a specifici parametri (numero di studenti, valutazione di ricerca e didattica, contemperati da obiettivi di coesione del sistema, impatto della formazione). Ma gran parte degli atenei utilizza il 90% e oltre del proprio FFO per il pagamento degli stipendi e per altre spese incomprimibili di minore entità (come bollette e manutenzioni). Per questo, il primo obiettivo è ripristinare le risorse del FFO del 2012, rimediando al taglio di 300 milioni operato dal governo Monti, al quale ci siamo opposti invano.

Inoltre, non ha senso parlare di progetti bandiera ottenuti sottraendo risorse dal FFO in modo incoerente e senza un piano definito: i progetti bandiera devono essere finanziati con risorse aggiuntive e stabiliti secondo le priorità attribuite da Parlamento e governo.

La European University Association (EUA) ha ribadito che incrementare e diversificare le fonti di reddito costituisce un fattore di successo cui le università europee devono puntare. Il percorso non è l’aumento della contribuzione studentesca, ma un lavoro adeguato sulla revisione del sistema fiscale, sull’utilizzo delle risorse europee dei Fondi Strutturali, su un nuovo e adeguato regime giuridico per incentivare i contributi privati, sui finanziamenti derivanti dall’attività di ricerca e dalle attività esterne dei docenti.

  • Proposte: ripristino FFO 2013 a livelli dell’anno precedente; riattivazione investimenti nell’università, verso media UE; criteri trasparenti per assegnazione risorse agli Atenei; interventi per favorire la diversificazione delle fonti di finanziamento.


 

8) Valutazione, accreditamento, qualità e progetti di ricerca: semplicità vs burocrazia. Perché il sistema universitario fruisca al meglio dei benefici della valutazione e le procedure di accreditamento assicurino la qualità delle strutture accademiche, occorre un bilancio rigoroso della prima applicazione delle norme che disciplinano questi processi. Le competenze dell’ANVUR, che non hanno pari nel mondo occidentale e ne fanno ormai l’attore fondamentale del governo del sistema, devono essere ricondotte a quelle di agenzia tecnica, basata su uno staff professionale ed esperto in valutazione, con il compito di “tradurre” tecnicamente gli indirizzi delle politiche di governo. Dunque, escludendo una miriade di micro-competenze, l’Agenzia deve esercitare solo i compiti connessi con la valutazione della ricerca e la gestione dell’accreditamento della didattica, senza generare inutili appesantimenti burocratici. Quanto alle procedure di accreditamento, occorre valutare l’impatto generato dalla riduzione delle risorse sulla sostenibilità delle strutture: l’obiettivo è che il sistema, nel suo complesso e nella sua articolazione territoriale e disciplinare, non subisca una riduzione dell’offerta formativa per l’operare congiunto di calo delle risorse e applicazione dei criteri definiti, da ultimo, con un provvedimento adottato dal governo Monti. In ogni caso, massimo rigore dovrà essere adottato per le università telematiche, a cui non dovranno essere destinati finanziamenti pubblici.

Alle persone dell’università, ai ricercatori, alle strutture accademiche, va garantito un “diritto alla semplicità”. Ciò vale anche per i progetti di ricerca: occorre intervenire per rimediare all’esperienza “kafkiana” cui sono costretti i nostri ricercatori nel rapporto con il MIUR e il MiSE per i progetti di ricerca. Nel breve termine, è necessario adottare gli strumenti di buon senso che caratterizzano il Settimo Programma Quadro dell’UE. Ad esempio: un solo portale per la documentazione e gli strumenti utili; presentazione delle proposte on-line senza bisogno di firme; privilegiare, durante la fase di valutazione della proposta, il contenuto tecnico-scientifico e l’impatto rispetto agli aspetti burocratici; l’anticipazione di una somma congrua del budget. Per l’elaborazione di modelli ancora più efficaci, è inoltre necessaria una migliore rappresentanza dell’Italia nei gruppi di lavoro dell’Unione Europea.

  • Proposte: ridefinire competenze e ruolo dell’ANVUR; accreditamento per la qualità del sistema, senza ridurre l’offerta formativa diffusa su tutto il territorio nazionale; nessun finanziamento pubblico alle università telematiche; europeizzazione e semplificazione delle procedure per i progetti di ricerca.


 

9) Un vero ruolo per il dottorato di ricerca. La riduzione delle borse di dottorato, calate del 25% negli ultimi 5 anni e di importo insufficiente, è, al contempo, un’ingiustizia e un errore strategico. Noi puntiamo a potenziare il dottorato, offrendo agli studenti meritevoli l’opportunità di frequentarlo e favorendone il collegamento a opportunità professionali e di ricerca. Il dottorato di ricerca è un’attività da svolgere a tempo pieno e con una dote finanziaria di base. Per questo siamo contrari ai dottorati senza borsa: è essenziale una borsa di dottorato, o – come accade in altri paesi – l’integrazione con altre forme di compenso legate ad attività didattiche o di tutoraggio/orientamento. E’ necessario evidenziare il ruolo del dottorato nella formazione di una nuova classe dirigente: nei concorsi pubblici, tra i titoli culturali e professionali un punteggio significativo deve essere riservato al dottorato di ricerca; con il programma “Eccellenze nelle PA” (MIUR/Funzione pubblica) vogliamo immettere gli studenti, selezionati attraverso valutazioni competitive all’ultimo anno di università, in percorsi di formazione per l’accesso come dirigenti e quadri nella PA Dobbiamo inoltre stimolare la formazione di dottorati industriali in collaborazione con le imprese.

  • Proposte: No ai dottorati senza borsa: dote finanziaria adeguata o altre forme di compenso; riconoscimento dei dottorati nei concorsi pubblici; programma “eccellenze nella PA”; dottorati industriali.


 

10) Portiamo l’Europa in Italia, con la ricerca. Proponiamo la creazione di un’Agenzia di programmazione e finanziamento della ricerca, che possa accelerare le procedure e vigilare sul rispetto dei tempi dei progetti, oltre a svolgere un’attività di road-mapping università-politica-impresa. L’Agenzia deve avere funzionari di livello adeguato, formati sulla ricerca internazionale.

Lo European Research Council ci indica il metodo migliore da adottare per valutare e finanziare la migliore ricerca, puntando sull’eccellenza scientifica e non sulle assurde regole attuali applicate nelle selezioni dei PRIN. Va inoltre recuperato il finanziamento della ricerca fondamentale, in campo scientifico, tecnologico e delle scienze umane. Proporremo programmi di ricerca industriale per incentivare l’investimento privato in ricerca, con defiscalizzazione degli interventi in ricerca e in attrezzature, e incentivi all’assunzione di dottori di ricerca qualificati nelle imprese. Occorre promuovere la creazione di start-up e favorire il loro collegamento con le grandi imprese, mettendo a disposizione strategie industriali e risorse adeguate.

Sugli enti pubblici di ricerca, è necessario superare le politiche di annuncio su razionalizzazioni “lineari”, effettuando piuttosto un esame delle attività svolte per una riorganizzazione che elimini le sovrapposizioni ed imposti le necessarie distinzioni e aggregazioni.

Per superare la frammentazione, occorre ragionare in un’ottica di Sistema nazionale di ricerca, e affidare la direzione delle politiche della ricerca alla Presidenza del Consiglio.

  • Proposte: Sistema nazionale della ricerca, e direzione delle politiche di ricerca alla Presidenza del Consiglio; Agenzia nazionale per la programmazione e il funzionamento della ricerca; defiscalizzazione per investimenti in ricerca e attrezzature; riorganizzazione degli enti pubblici di ricerca per evitare sovrapposizioni, duplicazioni, frammentazione.


 
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commenti

#5  Leonardo Doria, 18/2/2013

Caro Mario Bonato, nel programma del PD è scritto cito testuali parole: istituire " professori junior in tenure track, con proporzioni certe per l’ingresso in ruolo", con proporzioni certe significa che ad esempio se un ateneo bandirà 30 posti dovrà dichiarare fin dall'inizio (scegliendo liberamente) quanti e quali di questi 30 posti daranno un accesso in ruolo e i rettori potranno optare per 10,20 o 1 solo posto con vera tenure track sul totale dei 30 posti banditi. Che proporzione credi che sceglieranno i rettori visto che di posti di tipo b ne hanno banditi solo 4 in tutta Italia in quasi tre anni? Non hanno scritto che ad esempio il 50-60 0 70% delle assunzioni dovrà essere costituito da docenti con vera tenure track. Io apprezzo la tua buona fede e non credo che sia ingenuità perchè tu stesso hai sollevato dubbi ma continuo a dire che cambieranno i nomi dei ruoli mantenendo di fatto l'assetto della Gelmini perchè al PD stesso in fondo in fondo piace la riforma Gelmini perchè favorisce le progressioni di carriera e elimina quasi completamente il reclutamento. Contratto Unico di Ricerca= Assegno di Ricerca, Professore Junior=Ricercatore precario a tempo determinato e ruolo unico della docenza suddiviso in due fasce= professore associato e professore ordinario. Resterà tutto com'è prova a concentrarti su ciò il che PD non dice più che su ciò che dice e se ci fai caso non hanno alcun programma per favorire i precari, anzi... Un caro saluto e in bocca al lupo! Leonardo Doria

#4  Mario Bonato, 18/2/2013

Caro Leonardo Doria, come ho scritto in merito al reclutamento se con "a)" si intende l'assegno di ricerca e con "b)" i posti da RTD di tipo A allora si, sono d'accordo, è una totale presa in giro (che denoterebbe una certa incompetenza, oltre che una dubbia comprensione del dramma che stanno vivendo i precari universitari). Mi auguro, invece, che il contratto unico di ricerca (a) corrisponda, come nel resto del mondo civile, a un contratto da DIPENDENTE e la tenure track (b) a un contratto RTD di tipo B.

#3  Leo, 17/2/2013

Scusa Mario Bonato ma come fai a dire che ti piace questo documento programmatico sull'Università? Il Contratto Unico di Ricerca è praticamente uguale all'assegno di ricerca, il ruolo di Professore Junior è identico al ricercatore a tempo determinato di tipo A (quello di tipo B sembra che lo vogliano togliere) ed il ruolo unico della docenza sarà articolato in due fasce e non tre, esattamente come la situazione attuale in cui c'è il professore associato e l'ordinario. Ma non ti sembra che abbiano intenzione di cambiare il nome dei ruoli lasciando la sostanza inalterata? E' così evidente, a me sembra una presa in giro questo documento programmatico. Leonardo Doria

#2  Mario Bonato, 17/2/2013

Mi è piaciuto molto il documento del PD per la ricerca, finalmente idee e proposte. Rimango perplesso su un punto chiave, ovvero quello del reclutamento. Le figure pre-ruolo previste dal PD sono “a) un Contratto unico di ricerca, con garanzie assistenziali e previdenziali; b) professori junior in tenure track, con proporzioni certe per l’ingresso in ruolo”. Vorrei capire se con a) si intendono gli assegnisti di ricerca, perché in tal caso siamo punto e a capo con una figura vergognosamente assimilata ad un collaboratore sebbene il lavoro richiesto sia a tutti gli effetti da lavoratore dipendente. Inoltre, e ciò è ben più grave, la voce b mi pare totalmente campata in aria. La tenure track, quella vera, già prevede l’accantonamento di fondi per l’assunzione definitiva al momento del primo incarico. Non si capisce quindi perché si debba prevedere a priori quale percentuale di questi contratti venga trasformata in rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Se durante la tenure track un ricercatore lavora bene verrà assunto, altrimenti no, mi pare così semplice… Non vorrei che venisse considerata come tenure track la formula del Ricercatore a tempo determinato di tipo A, perché sarebbe davvero un grave errore, visto che la formula RTDa di tenure track non ha proprio nulla. Su questi aspetti specifici ci si è giocati una generazione di precari i quali, un po’ come esodati al contrario, nel momento in cui, finita la gavetta e pubblicato dignitosamente era arrivato il loro “turno” per entrare in accademia si son visti cambiare le regole del gioco, con il blocco dei concorsi e l’abolizione del posto da ricercatore a tempo indeterminato. La follia è stato pensare (ecco perché l’analogia con gli esodati è molto stringente) che i nuovi posti da ricercatore a tempo determinato sarebbero stati “dati” a giovani appena terminato il dottorato. Di fatto, questi posti, che prevedono l’inizio di contratti a termine per ulteriori 8 anni (3+2+3) vengono proposti a persone vicine ai 40 anni, che ovviamente hanno ben più titoli dei neo dottori di ricerca. Ecco che, ancora una volta, gli invisibili della ricerca sono stati ignorati, e si è fatta una riforma senza pensare alla loro presenza. Proporrei l’obbligo di contratti RTD di tipo B a tutti i precari con più di tre anni di assegno e che abbiano conseguito l’abilitazione nazionale. In alternativa, ripristiniamo i ricercatori a tempo indeterminato. Altre soluzioni portano all’ingravarsi della precarietà…o a lavorare all’estero, come nel mio (ahimè rappresentativo) caso. Ricordo le parole contenute nell'ottimo (sebbene sconcertante) documento annuale dell'Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca: "Non si può semplificare questo problema in una semplice questione di “investimento” o “scommessa” fatti da chi vuole intraprendere questo percorso. L'investimento viene fatto da tutto il sistema universitario, e in senso più ampio da tutto il Paese, ed è preoccupante che il dibattito sul reclutamento universitario non tenga conto di questi dati disastrosi. È sufficiente analizzare i primi piani di programmazione triennale del reclutamento elaborati dagli Atenei (in ottemperanza a quanto richiesto dalla Legge Gelmini) per rendersi conto che la popolazione dei giovani ricercatori non rientra mai tra i criteri considerati o almeno valutati."

#1  Leonardo Doria, 15/2/2013

In sintesi il PD intende cambiare il nome dei ruoli lasciando però la sostanza inalterata, non vogliono cambiare una virgola della riforma Gelmini, tranne le denominazioni dei ruoli, infatti gli attuali assegnisti saranno denominati titolari del "Contratto Unico di Docenza" mettendoli tra l'altro sullo stesso piano dei dottorandi che invece sono studenti, cosa unica in Europa perchè nei paesi occidentali un conto sono i Post-Doc e un conto sono i Ph.D. student. La cosa però che lascia davvero perplessi è il fatto che non sarà reintrodotta la figura del ricercatore a tempo indeterminato che la Gelmini aveva abolito, rimarrà invece la figura del ricercatore a tempo determinato (quindi precario) a cui sarà solo dato un nome più nobile (Junior Professor). Inoltre i professori associati e ordinari saranno riuniti nel ruolo unico della docenza (ma Meloni non specifica se avranno le stesse prerogative accademiche in termini di cariche elettive, quindi i diritti saranno diversi). Gli associati si chiameranno ad esempio professori di livello b o qualcosa del genere e gli ordinari professori di livello a o qualcosa del genere. Ed i ricercatori a tempo indeterminato assunti prima della riforma Gelmini? Saranno messi ad esaurimento come accadde con la riforma Gelmini? Penso di sì perchè non sono neanche menzionati. Quindi in sintesi gli assegnisti di ricerca ed i ricercatori a tempo determinato cambieranno nome rimanendo di fatto precari, gli associati e gli ordinari cambieranno nome e, pur essendo riuniti in un ruolo unico, non avranno uguali diritti in termini di cariche accademiche, ma allora cosa cambierà a parte i nomi dei ruoli? Ah dimenticavo sarà impedito il reclutamento in un ateneo a coloro che ci hanno lavorato per anni, Meloni infatti scrive che sarà impedito che tutta la carriera universitaria venga svolta nello stesso ateneo, quindi se un precario ha versato lacrime e sangue per un ateneo, stando dieci ore al giorno in laboratorio, deve poi trasferirsi con moglie e figli perchè in quell'ateno non può più essere assunto? Tra l'altro questa norma è incostituzionale. Ci vuole ben altro per rilanciare l'Università! Cordiali saluti Leonardo Doria

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