Proposta programmatica

Il programma Pd per la Cultura

Documento realizzato dal Dipartimento Cultura e Informazione del Pd

di Matteo Orfini,  pubblicato il 25 gennaio 2013 , 19995 letture
restauro
“La cultura è il nostro petrolio” oppure “L’Italia è il Paese che detiene il più grande patrimonio culturale del mondo”. Queste affermazioni, che hanno perseguitato il mondo della cultura negli ultimi vent’anni, hanno fuorviato il dibattito e prodotto una serie di errori di impostazione, bloccando così ogni reale e concreta possibilità di porre le politiche culturali al centro di un’idea di crescita sociale, civile ed economica. 

E mentre si consumavano discorsi conditi da frasi demagogiche, le nostre città, i nostri territori, le nostre istituzioni culturali e dello spettacolo, iniziavano a mostrare i segni dell’abbandono e dell’incuria, di sempre minori risorse umane e finanziarie impegnate per la tutela, di crolli, di devastazione del paesaggio, di tagli al Fondo Unico dello Spettacolo, di uso clientelare di società pubbliche, di dispersione delle risorse, di assenza di politiche sistemiche, di mancanza di riconoscimento delle professioni e di deficit di politiche attive per il lavoro, di abbandono del tessuto produttivo e delle micro, piccole e medie imprese del settore creativo e culturale. 

Il Partito Democratico vuole una netta inversione della rotta seguita in questi anni.
La cultura costituisce, prima di tutto, un diritto fondamentale dei cittadini: da questo principio discende la responsabilità pubblica di sostenerne lo sviluppo e la diffusione e, insieme, di garantire a tutti i cittadini l’accesso alla cultura e alla produzione culturale. 
Nonostante le difficoltà create dalla grave crisi economica, bisogna avvicinare progressivamente la spesa pubblica a livelli europei, partendo dalla chiara affermazione che quello in cultura è un investimento. E il carattere prevalentemente pubblico di questo investimento costituisce la vera garanzia di autonomia del mondo della cultura. 

Nell’affermare questa esigenza occorre però individuare strumenti di programmazione che aiutino a spendere meglio e a evitare la dispersione di risorse, cominciando dalla riorganizzazione dei diversi rivoli di finanziamenti straordinari che sfuggono ad una gestione interamente programmabile. Serve una seria politica di monitoraggio della spesa (pubblica e privata) in grado di quantificarne il volume e di definire qualità ed efficacia degli investimenti per la realizzazione della missione pubblica.
Occorre fare di più per attrarre nuove risorse private nel settore della cultura. L’esperimento degli incentivi fiscali per il cinema ha dimostrato che, se ben congegnate, queste politiche aiutano lo sviluppo del settore e portano allo Stato risorse maggiori di quelle a cui rinuncia. 

C'è bisogno però armonizzare gli interventi fiscali: iniziando dalla stabilizzazione del tax credit e del tax shelter e dalla loro estensione al comparto dell’audiovisivo. Gli incentivi fiscali sono sicuramente utili per lo sviluppo di diversi segmenti della produzione culturale (come ad esempio l’arte contemporanea o la musica), ma non devono mai essere considerati completamente sostitutivi dell’investimento diretto. Occorre garantire e rilanciare il ruolo del pubblico come propulsore e incubatore di innovazione e creatività, evitando inutili e deleterie sovrapposizioni con il privato, e insieme servono nuove che stimolino e semplifichino le sponsorizzazioni, le erogazioni liberali e il micro-mecenatismo.
E’ però evidente come non sia sufficiente l'aumento degli investimenti per risolvere tutti i problemi. L'intero settore ha bisogno di riforme coraggiose, che ne rendano più dinamico il funzionamento, che rompano incrostazioni clientelari e insostenibili rendite di posizione. 

Il Ministero per i beni e le attività culturali, dopo la smisurata crescita della sua struttura centrale a scapito di quella periferica, oggi paga il prezzo dell’emorragia di personale tecnico scientifico provocata dal blocco delle assunzioni nella P.A. e il sistema della tutela continua a soffrire la grave sottovalutazione delle proprie esigenze: è necessario ripristinare gli stanziamenti e riportare il bilancio del MiBac almeno sopra la quota dei 2 miliardi di euro. 

L’Italia ha bisogno di vere e proprie politiche industriali, per l’occupazione e per la tutela dei diritti dei lavoratori, dedicate al comparto creativo e culturale. Il grave ritardo italiano consiste prima di tutto nel continuare a considerare la cultura quasi solo in funzione ancillare del turismo, dimenticando così che essa costituisce in sé il principale fattore di sviluppo e innovazione. 

Dare riconoscimento, dignità, diritti, certezze, ai professionisti della cultura e della creatività è un fatto di civiltà e le politiche attive per la cultura e la creatività sono la precondizione per uscire dalla crisi meglio di come ci siamo entrati. L’impegno economico profuso in questi settori in occidente e tra i paesi in via di sviluppo dimostra che la competitività e il benessere collettivo aumentano solo di pari passo alla diffusione della cultura e agli investimenti nell’innovazione. 

La questione riguarda tutti i segmenti della filiera: dai musei al cinema e l’audiovisivo, dall’arte contemporanea allo spettacolo, dalla musica al design, dalla danza al teatro fino al paesaggio.
La crescita culturale di una società costituisce la premessa indispensabile per rendere più solida, libera e plurale una democrazia. A partire dalla cultura si può ricostruire un’Italia più aperta e più giusta. 

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SPONSORIZZAZIONI E INCENTIVI FISCALI 

Siamo convinti che investire in creatività e cultura sia fondamentale per far uscire l'Italia dalla crisi: riaffermiamo l'esigenza di portare progressivamente l’investimento pubblico in cultura al livello del resto d'Europa e, allo stesso tempo, la necessità di disegnare un nuovo e unitario modello di gestione delle risorse finanziarie, a partire da una chiara definizione degli obiettivi pubblici e superando definitivamente la logica della straordinarietà e dell’emergenza. 

A fianco a questo, è necessaria la leva degli incentivi fiscali per attrarre nel settore culturale nuove risorse private: il nodo del rapporto pubblico-privato, e con esso gli equivoci sul ruolo dell’una e dell’altra parte di cui la cultura e la produzione culturale sono stati troppo spesso vittime, va sciolto con norme chiare e lineari.
Per promuovere mecenatismo e sponsorizzazioni è necessario ripensare e armonizzare per l’intero settore le defiscalizzazioni, che consideriamo il principale strumento per attrarre investimenti, pur riconoscendone alcuni limiti. In periodi di crisi, come quello attuale, è difficile trovare investitori a prescindere dalla convenienza dello sconto fiscale; e gli investimenti si concentrano, inevitabilmente, sulle produzioni che garantiscono la ragionevole speranza di un ritorno economico, non certo sulla sperimentazione. 

Il tasso di rischio degli investimenti che caratterizza il settore culturale e creativo costituisce una delle principali ragioni della sua scarsa capacità di attrazione: per questa ragione occorrono politiche di incentivo disegnate sulle specificità dei singoli ambiti culturali e occorre correggere le norme imperfette.
Nel caso del mecenatismo, ad esempio, le normative italiane sembrano quasi voler scoraggiare le erogazioni piuttosto che favorirle. Esse sono poco conosciute dai donatori potenziali; le regole sono troppo farraginose, anche a causa delle frequenti correzioni e modifiche normative. Non basta: i meccanismi sanzionatori puniscono i donatori invece che i beneficiari infedeli. 

C'è bisogno, al contrario, di semplificare le procedure amministrative e di sburocratizzare le piccole liberalità individuali. Privati e imprese saranno più stimolati a sostenere il settore culturale se avranno a disposizione strumenti che diano loro maggiore visibilità e certezze e che siano molto meno macchinosi di quelli vigenti.
Poi ci sono le sponsorizzazioni: un sistema di intervento che, ancorché assai sperimentato all'estero, in Italia manca ancora di una cultura diffusa. Non è un caso che la sponsorizzazione dei restauri del Colosseo abbia sollevato e continui a sollevare polemiche, discussioni, ricorsi. Fermo restando che crediamo che l'intervento dei privati sia importante e decisivo esplicitare quale sia lo scambio tra pubblico e privato per rendere quei bandi immediatamente appetibili e trasparenti. Altrimenti, data la cronica necessità di risorse da parte del pubblico, il rischio è che nella fase di perfezionamento dei contratti il potere contrattuale si sbilanci a favore dello sponsor privato. 

L’esperimento degli incentivi fiscali per il cinema ha dimostrato che, se ben congegnate, queste politiche aiutano lo sviluppo del settore e portano allo stato risorse maggiori di quelle a cui rinuncia. C'è bisogno però di armonizzare gli interventi fiscali per la cultura e di una loro stabilizzazione: senza certezze che consentano una vera programmazione è impossibile rendere tali benefici davvero efficaci. 

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ARCHIVI E BIBLIOTECHE 

Archivi e biblioteche sono centrali per la cultura italiana: luoghi di conservazione e di diffusione della conoscenza, templi della ricerca e della propagazione delle idee, luoghi di socializzazione e di incontro per giovani e adulti. Malgrado ciò, anche a causa dei tagli, esse versano in condizioni drammatiche che si riversano su milioni di utenti, e spesso riescono a guadagnarsi un posto nei media solo quando sono a immediato rischio di chiusura. 

Archivi e biblioteche rappresentano inoltre una delle punte di diamante dell’innovazione nel settore del patrimonio culturale e svolgono una fondamentale funzione sociale e democratica, in termini di condivisione e trasparenza, perché custodiscono la memoria documentaria e preservano l’identità del Paese e dei suoi cittadini. Per questo, tutelare, valorizzare, e quindi investire nelle loro attività è un preciso dovere pubblico. Eppure, i tagli dei finanziamenti e l’ormai tradizionale carenza di personale limitano la loro funzionalità.
La crisi di risorse colpisce anche le innumerevoli biblioteche di enti locali su tutto il territorio nazionale. 

Queste ultime, veri e propri presidi culturali sul territorio, svolgono una fondamentale azione di integrazione verso gli immigrati e verso le fasce sociali più deboli, oltre all’importantissima funzione di avvicinamento alla lettura e alla conoscenza.
Gli archivi vivono difficoltà simili che si ripercuotono anche su quelle attività di ricerca (non solo quella umanistica) che dovrebbero essere al centro della ripresa del nostro paese. Accanto all’attività di conservazione e ricerca per un pubblico specializzato, gli archivi hanno assunto sempre più nel tempo una funzione attiva, capace di dialogare con i nuovi strumenti ed i nuovi linguaggi della comunicazione, e soprattutto con le necessità scaturite dalla produzione di documenti in formato digitale, diventando – come pure le biblioteche - luoghi di discussione e produzione di cultura. Proprio l’innovazione tecnologica, tra l’altro, ha allargato la platea di utenti che interagiscono con i documenti contenuti negli archivi e i libri delle biblioteche. 

L’attività degli archivi, in particolare, dovrebbe essere strettamente collegata al processo di e-government della pubblica amministrazione e gli archivisti vanno coinvolti nei processi di innovazione tecnologica e di riforma, cosa avvenuta finora solo parzialmente. La digitalizzazione è foriera, infatti, di enormi potenzialità ma anche di rischi reali, se non adeguatamente governata: in questo l’amministrazione archivistica riveste un ruolo di primaria importanza, tanto in termini di sorveglianza e vigilanza quanto di ricerca e sviluppo per la definizione degli standard generali, anche a livello internazionale. 

Proprio lo sviluppo del digitale, inoltre, rende ancora più importante la necessità di fare rete, attraverso l’integrazione virtuale delle collezioni e dei servizi, ma anche con strutture di coordinamento autonome e autorevoli e specifici accordi tra i diversi livelli istituzionali. Altra questione fondamentale sono gli spazi – spesso inadeguati – sia per conservare i documenti, che naturalmente continuano ad essere prodotti, che per garantirne la fruizione. Le condizioni delle strutture e degli edifici sono spesso preoccupanti e si susseguono le notizie di interi archivi e depositi di libri costretti in scantinati. Occorre razionalizzare la spesa anche sostituendo ed integrando le sedi attualmente in affitto con altre demaniali. 

Allo stesso modo, vanno eliminate le sovrapposizioni per render più snelle le procedure burocratiche e più efficienti i processi e le attività.
Fondamentale è il ruolo del personale, alle prese - con passione e spirito di sacrificio - con la fatica quotidiana di combattere con il sottodimensionamento ormai cronico. Manca la possibilità di trasmettere competenze e conoscenze che, in questo settore, necessitano di anni di esperienze professionali e che non possono esaurirsi nella sola formazione scolastica ed universitaria, per quanto di alto livello questa possa essere.
Infine, occorre ricordare la necessità di intervenire anche sul piano normativo, a partire dall’inserimento nel Codice dei Beni culturali e del Paesaggio di un capitolo specifico che raccolga le norme dedicate ad archivi e biblioteche evidenziando così la loro piena appartenenza al patrimonio culturale del nostro Paese. 

1)Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 

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I BENI CULTURALI 

Il sistema di tutela italiano soffre da sempre a causa della grave sottovalutazione delle sue esigenze, sia sotto il profilo finanziario che rispetto alle necessità di carattere organizzativo.
I pesantissimi tagli, in un Ministero già sottofinanziato, hanno condotto ad un collasso che ha travolto l’intera struttura organizzativa e messo a rischio la stessa incolumità dei beni. Investire così poco significa accettare il degrado, la lenta e inesorabile distruzione del nostro patrimonio. 

Occorre invertire radicalmente la rotta, a cominciare però da un preliminare ripensamento delle priorità: occorre puntare sulla manutenzione ordinaria, quotidiana e sulla diagnostica preventiva più che sugli eventi e sulla spettacolarizzazione.
Una tutela seria e rigorosa è la condicio sine qua non per la fruizione dei beni. Non si tratta certo di negare l'esigenza della valorizzazione, ma riteniamo che si debba parlare piuttosto di sostegno alla fruizione e alla conoscenza perché è proprio la conoscenza la premessa necessaria a una tutela sempre più attiva e diffusa. 

Il patrimonio culturale c’è, esiste, va conservato, mantenuto, restaurato quando è necessario, reso disponibile e comprensibile ai fruitori. Il centro delle attività di valorizzazione sono, infatti, i fruitori. E in questo senso emerge un’altra attività da troppo tempo trascurata dal MIBAC: la ricerca. Essa è il presupposto necessario per stabilire cosa si debba tutelare, ciò che senza rischio possa essere offerto alla fruizione e ciò che invece si debba escludere.
Più risorse dunque, ma nell’affermare questa esigenza occorre individuare strumenti di programmazione che aiutino a spendere meglio e ad evitare dispersione, cominciando dalla riorganizzazione dei diversi rivoli di finanziamenti straordinari, troppo spesso sprecati per ragioni clientelari. 

Il nostro obiettivo è di costruire un modello in cui le risorse siano, il più possibile, al servizio di piani nazionali di intervento programmati e selezionati a seconda delle reali esigenze di tutela e di crescita della fruizione.
E’ necessario riportare il bilancio del MIBAC almeno sopra la quota di 2 miliardi di euro.
Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha subito in questi anni una pericolosa mutazione genetica: la struttura centrale è cresciuta a dismisura mentre deperiva quella periferica, trasformandolo in un mostro macrocefalo. Nessuna politica è stata attuata per frenare l’emorragia di personale tecnico scientifico provocata dal blocco delle assunzioni nella P.A. e dai pensionamenti. 

Oggi, l’amministrazione non è in grado di coprire stabilmente nemmeno i ruoli di soprintendente, mentre nelle piante organiche mancano quasi completamente figure professionali innovative, che pure si trovano sul mercato del lavoro. C'è bisogno di invertire la rotta, snellendo l'apparato centrale (anche eliminando Direzioni Generali che si sono dimostrate inessenziali), ridando fiato alle strutture periferiche e territoriali e garantendo reale autonomia alle funzioni tecnico scientifiche, storicamente il fiore all'occhiello del Ministero. Valorizzare le competenze esistenti, inserire nuove professionalità, accompagnare il necessario ricambio generazionale sono premesse necessarie senza le quali è impensabile immaginare un futuro per il Ministero, ponendo fine ad un’idea di managerialismo estremo che ha l’unico effetto concreto di promuovere l’utilizzo di costose consulenze esterne. 

Alla luce di ciò vanno abolite le direzioni regionali o quanto meno profondamente ripensate riservando loro, eventualmente, funzioni di coordinamento e di controllo.
Per altro la progressiva diminuzione di personale e la ovvia esigenza di proseguire l’attività ordinaria sta dando vita ad una “classe” di precari della cultura che oggi devono anche fare i conti con le complicazioni generate dalla riforma del mercato del lavoro.
Ma affinché il MIBAC – e dunque lo Stato – possa ottemperare alle funzioni attribuitegli dalla Costituzione è indispensabile attivare sinergie tra tutti i livelli di governo e determinare strategie di intervento condivise dallo Stato, dalle regioni, dalle province e dai comuni. In questo senso è anche essenziale ripensare il ruolo delle regioni stabilendo la possibilità di attribuire loro maggiori funzioni e compiti purché dispongano delle risorse e degli strumenti necessari al rispetto di standard di tutela predeterminati (dallo Stato), ferme restando le funzioni di surroga e di sostituzione da parte dello Stato in caso di inadempienza o inadeguatezza. 

Ciò permetterà una stretta sinergia tra l’opera degli enti regionali e l’attività delle soprintendenze e degli uffici periferici, finalmente dotati di piena autonomia scientifica ed amministrativa e, eventualmente, anche di autonomia finanziaria e di bilancio. Superando la ormai logora contrapposizione tra centralismo e decentramento (che poco ha reso in termini di funzionalità), la soluzione va cercata in un sistema concorde, plurimo, lealmente collaborativo in cui tutti i livelli di governo siano egualmente vincolati al rigido rispetto di regole certe, stabili e imperative in tema di formazione e reclutamento del personale, autonomia degli apparati tecnici, sistemi di finanziamento, rapporto con i privati, modelli di gestione e criteri di efficacia ed efficienza degli interventi. 

Al centro di questo sistema e delle politiche pubbliche dovranno tornare ad esserci i beni culturali, la loro funzione sociale e l’interesse nazionale superando la fase di subalternità della cultura agli interessi economici.
Certamente, occorre anche fare di più per attrarre nel settore della cultura nuove risorse private, pur fissando delle norme che evitino di trasformare il sostegno privato in privatizzazione.
Non basta, a nostro parere, che vi siano, come prevede la legge, semplici progetti di valorizzazione: è piuttosto necessario che i progetti siano sottoposti al vaglio degli uffici del MIBAC; bisogna che sia precluso ogni mutamento di destinazione d’uso dei beni; è soprattutto indispensabile che i beni culturali non diventino merce di scambio per i comuni affamati dai tagli. Senza dimenticare che attualmente la cultura non è compresa né tra i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) delle regioni, né tra le funzioni fondamentali degli enti locali: il che significa che il finanziamento della cultura da parte delle regioni e degli enti territoriali dipenderà dalla eventuale disponibilità di risorse delle une e degli altri, smettendo di essere un dovere per diventare un’eventualità, un optional.
(Sulle professioni vedi scheda dedicata) 

E’ altresì fondamentale occuparsi delle imprese che operano nel settore dei beni culturali, che per lo più sono medie o piccole, o ancora più spesso micro-imprese. Si tratta di organizzazioni che esprimono competenze specifiche, molto diverse tra di loro e, proprio per questo, spesso tra di loro complementari. Per la loro efficienza e competitività queste imprese devono essere messe in grado di combinare in modo flessibile le proprie competenze. Spetta alla politica il compito di dare al sistema gli strumenti necessari per facilitare la capacità organizzativa di queste imprese sul mercato. Prima di tutto é necessario comprendere le dimensioni reali del sistema e del mercato di riferimento, definire regole chiare ed efficaci per garantire la concorrenza e la cooperazione tra gli attori del sistema, favorire i collegamenti con gli enti di formazione e di ricerca, costruire un sistema di incentivi all’aggregazione e all’internazionalizzazione delle imprese; introdurre norme per la trasparenza sull’assegnazione degli appalti “sotto soglia”.
Infine la questione del sistema degli appalti per i beni culturali che la pratica quotidiana delle Soprintendenza ha dimostrato essere incoerente con l’esigenza di operare spesso in situazioni di urgenza e necessità: oggi sono necessari oltre 90 procedure per avviare un lavoro di restauro e questo è insostenibile. 

Per far questo è necessario chiedere all’UE un’ “eccezione culturale” che liberi il settore da una serie di vincoli e lungaggini pur mantenendo salde regole e criteri di trasparenza. 

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IL CINEMA E L’AUDIOVISIVO 

Lo sviluppo del cinema e dell'audiovisivo, al pari di altri campi della produzione culturale e creativa, richiede impegno e investimenti pubblici. La centralità delle risorse economico-finanziarie, come dei servizi e delle infrastrutture messi a disposizione dallo Stato e dalle Regioni, va riaffermata perseguendo parallelamente scopi culturali e obiettivi di sviluppo industriale: due aspetti distinti, ma ovviamente interdipendenti e su cui occorre sviluppare un ragionamento nuovo. 

Occorre mettere mano all'architettura istituzionale, dotando il settore di una governance coordinata e plurale, che tenga insieme gli obiettivi di promozione culturale con l’esigenza di politiche di sviluppo. A cominciare dall'integrazione normativa tra cinema e audiovisivo. Infatti, se il cinema è comunque dotato di una legge statale che ne riconosce la funzione culturale e industriale, l'audiovisivo non ha ancora una legislazione organica di riferimento e non è coinvolto nel sistema di finanziamento previsto dal FUS. Il sistema è spezzato così in due tronconi, nonostante le nuove tecnologie e le loro applicazioni abbiano già da tempo cambiato le forme, le possibilità, i modi e i tempi della creazione, della realizzazione e della fruizione dei contenuti. In termini pratici, questo significa, per esempio, che l'Italia non ha la possibilità di far valere l'eccezione culturale per tutta quella parte della creazione e della produzione audiovisiva (che si tratti di opere di carattere narrativo, di documentari o di animazione) che viene principalmente distribuita e fruita attraverso sistemi e piattaforme diverse dalla sala cinematografica. 

La governance pubblica per il cinema e l’audiovisivo deve essere orientata ad obiettivi culturali e di interesse collettivo: la formazione e la qualificazione professionale; il sostegno e la promozione della sperimentazione, dell’innovazione dei linguaggi, delle opere prime e seconde e delle opere difficili; la promozione estera; la diffusione del cinema e dell’audiovisivo presso il pubblico; il sostegno alla fruizione e all’ampliamento della domanda; la salvaguardia e la valorizzazione delle sale di prossimità e dei circuiti di qualità. E nella sfera della governance pubblica si collocano anche il ruolo delle istituzioni e degli enti pubblici e semi-pubblici che operano per il settore ed il loro rilancio. 

Il Centro Sperimentale di Cinematografia e l’Istituto Luce-Cinecittà ricoprono ruoli fondamentali per il sistema della formazione e per quello produttivo: rappresentano valori non solo simbolici per il cinema italiano e internazionale ed hanno bisogno di riconquistare la loro riconoscibilità e la loro funzione di principali strumenti pubblici di promozione del cinema e dell’audiovisivo, del nostro know-how professionale, della nostra capacità di innovazione, di servizio per l’industria del settore.
Servono, parallelamente, politiche industriali: per questo tax credit e tax shelter devono essere una delle forme stabili dell’intervento indiretto. E oltre alla loro stabilizzazione è necessario che il meccanismo venga armonizzato estendendo alla produzione audiovisiva l’accesso a questi di incentivi. 

Ma è fondamentale anche dare al mercato di settore regole che frenino il fenomeno delle concentrazioni, verticali e orizzontali, per tutta la filiera ivi compreso il mercato dell’esercizio, che richiede un aggiornamento dei vincoli anti-trust attraverso interventi di correzione delle norme di primo grado. Inoltre bisogna continuare a vigilare sul fenomeno della delocalizzazione delle produzioni italiane all’estero: il PD ha apprezzato il recente impegno assunto dalla RAI con le Organizzazioni Sindacali di settore di CGIL, CISL E UIL a girare le fiction di ambientazione italiana esclusivamente in Italia: tuttavia riteniamo che anche in questo caso sia necessario mettere in campo una politica industriale integrata e coordinata, anche tra Stato e Regioni, e che preveda incentivi e politiche tariffarie di vantaggio per le produzioni che utilizzano stabilimenti, teatri di posa, location italiane. 

Le politiche di sviluppo devono accompagnare le imprese indipendenti sul mercato e farle diventare competitive e autonome; e con esse sostenere le produzioni meno commerciali: aprire un mercato particolarmente oppresso dalle concentrazioni come quello cineaudiovisivo è una condizione indispensabile per garantirne il pluralismo.
La parte pubblica deve sostenere la capacità di programmazione industriale, finanziando le produzioni anche sulla base di progetti che coinvolgano tutte le fasi della realizzazione dell’opera: dallo sviluppo, alla diffusione e distribuzione, alla promozione. Una pratica, questa, ancora aliena alle modalità tradizionali dell’intervento pubblico italiano. 

Ci sono interventi che possono essere attuati subito e senza nuovi oneri per il bilancio statale: per esempio le risorse statali oggi destinate ai premi sugli incassi devono essere orientate al sostegno dei soggetti produttivi e delle opere che hanno più difficoltà ad affermarsi sul mercato. Così come va superato il reference artistico previsto dalla legge cinema per i finanziamenti diretti alla produzione, che riduce la possibilità di accesso ai contributi proprio di quei progetti realizzati con il lavoro creativo e artistico dei più giovani e degli emergenti.
Altrettanto importante, per tutto il tessuto produttivo della filiera cine-audiovisiva, è il sostegno all’accesso al credito e la semplificazione amministrativa. 

Il Decreto Romani (D.Lgs. n. 15 marzo 2010, n. 44 di recepimento di Direttiva comunitaria) ha di fatto cancellato la possibilità per i produttori indipendenti di negoziare i limiti temporali della programmazione delle opere da parte delle televisioni, impedendo così che i produttori indipendenti rientrino in possesso dei diritti di sfruttamento dei loro prodotti sui mercati secondari e mutilandone l’autonomia imprenditoriale ed editoriale. C’è poi il tema degli obblighi di investimento e di programmazione stabiliti ex lege 122/98, ora T.U. dei Servizi Media Audiovisivi e Radiofonici. Anche in questo caso, le correzioni introdotte dal Decreto Romani hanno prodotto effetti negativi, creando fumosità e incertezze, sia per quanto riguarda le percentuali obbligatorie complessivamente stabilite, sia per le quote di riserva per le produzioni italiane, cinematografiche e audiovisive. 

Nessuna previsione normativa, inoltre, è stata introdotta per assegnare all’Autorità di Garanzia sulle Comunicazioni chiari compiti di vigilanza sul rispetto degli obblighi, accompagnati da un sistema sanzionatorio efficace per le violazioni. E’ di questi giorni la notizia che MiBAC e MiSE hanno licenziato il decreto, previsto dalla stessa Romani, che definisce le quote obbligatorie di investimento e programmazione riservate alle opere di espressione originale italiana. Il cinema italiano ha dovuto attendere quasi tre anni prima di avere qualche certezza in più sugli investimenti delle emittenti televisive: sarebbe importantissimo che la produzione indipendente potesse contare su circa 200 milioni di nuovi investimenti da parte delle televisioni. Non resta che attendere il passaggio per il parere alle Commissioni competenti di Camera e Senato per saperne di più sugli effetti del decreto per il cinema italiano. 

Ferme restando le correzioni comunque necessarie alla Romani, anche per quanto riguarda l’introduzione di una nazionalità italiana per la fiction. E’del tutto evidente, infatti, che le risorse messe a disposizione da RAI e MEDIASET sono oggi indispensabili per sostenere la crescita industriale del settore. Un meccanismo che può essere esteso ad altri soggetti e altre piattaforme, tenuto conto dell'integrazione sempre più stretta e del ruolo che già oggi cominciano a svolgere, per fare solo un esempio, i colossi delle TLC. 

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ARTE CONTEMPORANEA 

L’arte contemporanea è forse l’ambito nei cui confronti, ancora più che in altri settori della produzione culturale e creativa, l’Italia ha dimostrato una specie di schizofrenia catatonica.
Infatti, mentre da un lato il settore dell’arte e dell’architettura contemporanea è stato deprivato di uno specifico riferimento all’interno del Mibac (2) , dall’altro lato, vi è stata la nascita, soprattutto nell’ultimo quindicennio, di un gran numero di musei o di spazi espositivi dedicati all’arte contemporanea, nati per volontà di diversi enti territoriali e quasi tutti definiti da gradevoli acronimi: Mambo, Macro, Madre, Gam, Mart, etc. Inoltre, una parte rilevante delle competenze statali sull’arte e l’architettura contemporanea è attualmente racchiusa all’interno della Fondazione MAXXI: una sorta di esternalizzazione delle funzioni e dei compiti pubblici per il sostegno e lo sviluppo del settore. 

A questa frammentaria e dispersiva organizzazione pubblica manca, evidentemente, il collante di una politica organica e sistemica per l’arte contemporanea.
Senza voler fare considerazioni generali sui risultati ottenuti da questo nuovo attivismo museale ed espositivo, va detto che esso in gran parte è finalizzato alla valorizzazione delle produzioni internazionali o di quelle nazionali più storicizzate. Questi musei, sicuramente splendidi sul piano architettonico e curati da ottimi professionisti, troppo spesso non prevedono apparati residenziali per accogliere artisti italiani e stranieri e neanche erogano borse di studio per il sostegno dei giovani talenti. Inoltre, oggi, a fronte della contrazione dei finanziamenti pubblici per la cultura e della minore disponibilità dei privati ad investire in sponsorizzazioni, molte di queste istituzioni rischiano di dover limitare all’estremo la loro attività o addirittura di chiudere i battenti. 

Esse lasciano dietro di sé certamente la documentazione di qualche buona mostra, ma non necessariamente comunità locali e tessuti sociali molto più competenti nel contemporaneo o una più intensa effervescenza creativa.
Su questo settore occorre intervenire con norme specifiche che siano in grado di dare un indirizzo unitario alle politiche pubbliche, definendo i compiti delle istituzioni che ricevono finanziamenti pubblici, stabilendo criteri di selezione del personale e dei dirigenti in base alla competenza e alla professionalità, monitorando progetti ed attività. E per creare una rete fra le istituzioni che operano nei diversi territori serve, prima di tutto, un organismo pubblico di indirizzo nazionale che gestisca e supporti la diffusione dell’arte in Italia e all’estero sulla base di chiari obiettivi culturali: sperimentazione, ricerca, valorizzazione dell’arte e della qualità architettonica nei territori. 

Al tempo stesso, è necessario intervenire per sostenere i giovani artisti del contemporaneo, adeguare le norme in materia di fiscalità e detraibilità degli investimenti privati in arte, agevolare l’accesso ai finanziamenti europei, favorire il superamento di blocchi di interesse a vantaggio di una capacità di fare rete che consenta ai nostri artisti e galleristi di essere competitivi al livello internazionale. Una struttura sul modello del British Arts Council con una dotazione di risorse finanziarie adeguate alla evidente necessità dell’Italia di tornare a rappresentarsi. 

(2)La specifica Direzione generale, la DARC, è stata soppressa nel 2009 per effetto dell’ennesima riorganizzazione del Mibac e le relative competenze sono state dissolte all’interno dell’omnicompresiva Direzione generale per il paesaggio, le belle arti, l'architettura e l'arte contemporanee 

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FONDAZIONI LIRICO SINFONICHE 

I tentativi di riformare le Fondazioni lirico-sinfoniche compiuti in passato non hanno condotto ai risultati sperati, forse anche perché non è mai stata posta al centro la funzione reale di quelle istituzioni: cioè la produzione della lirica e della danza e perciò la specificità di una missione compiuta da soggetti che sono parte di un sistema, di una rete. 

Noi, invece, riteniamo che per le Fondazioni serva proprio una riforma che segni un nuovo patto fondativo per la lirica italiana, attenta alla loro specifica funzione che focalizzi e promuova la loro identità culturale intorno alla produzione lirica e al balletto, aprendo così maggiori possibilità di crescita per le orchestre sinfoniche italiane, migliorando la collaborazione tra le fondazioni e i teatri di tradizione, indirizzando risorse sulla crescita di festival, rassegne e stagioni. 

Una riforma per uscire dallo stato di crisi strutturale in cui versa il sistema e per superare le gravissime difficoltà economiche e del reale rischio di chiusura di molte Fondazioni liriche, disperdendo un grande patrimonio che arricchisce il nostro Paese. Una crisi fatta di bilanci in rosso da anni, meno produzioni e spesso meno qualità, commissariamenti a ripetizione, annunci di miracolosi risanamenti che durano il tempo di una conferenza stampa fino al primo ricorso ai contratti di solidarietà. L’impegno dei privati senza il supporto di adeguate normative fiscali è restato marginale, con la parziale esclusione del Teatro la Scala grazie alla storica unicità del suo brand. 

Inefficienze, norme vetuste, farraginosità contrattuali sono da risolvere per migliorare il funzionamento delle Fondazioni liriche; così come chiunque abbia responsabilità gestionali deve lavorare quotidianamente per l’efficienza, il controllo dei costi, la crescita della qualità artistica, la soddisfazione del pubblico.
La legge Bondi sulle fondazioni lirico sinfoniche, piuttosto che risolvere queste criticità, si è limitata a recepire la riduzione delle risorse, senza alcun reale intervento di riforma e, semmai, aggravando la crisi dei principali teatri d’opera italiani. Di conseguenza, lo schema di Decreto di attuazione della Legge 100/2010 attualmente in discussione non segna alcun passo avanti nella direzione di un rilancio del sistema lirico italiano e, per di più, aggrava la situazione dei lavoratori, mettendo persino in discussione la contrattazione collettiva nazionale. Non è un problema di manutenzione: serve una visione nuova del ruolo delle Fondazioni liriche nel contesto della vita musicale italiana. Serve concepire un nuovo progetto, che torni a far leva sulla funzione di bene di merito collettivo e sociale della musica lirica e che coinvolga Regioni ed Enti Locali. 

Una riforma della lirica dentro il sistema della musica e della cultura, e non separata in un segmento autoreferenziale, asfittico e perdente. Una riforma che colpisca sprechi, inefficienze, rendite di posizione che pure esistono; che stimoli le produzioni, le eccellenze, la qualità, poggiando su maggiori investimenti pubblici in cultura, in linea con i livelli europei- requisito essenziale per preservarne l’autonomia ed attrarre finanziamenti privati, certi e pluriennali, investiti diversamente; che punti ad allargare il consumo culturale, a creare un pubblico nuovo e più ampio, a riannodare i fili di una legittimazione sociale della lirica che negli ultimi anni si sono spezzati, ricostruendo un rapporto solido di riconoscimento e scambio di valori, di identità condivisa con i sentimenti profondi dell’opinione pubblica. 

Per questo è necessario riformare l’organizzazione della vita musicale italiana, con una visione unitaria, spostando il baricentro da un lato sulle funzioni (produttori, produttori-distributori, promotori-distributori), invece che sui soggetti e, dall’altro lato, sulla territorialità. Infatti, la musica non è solo opera lirica, e l’opera lirica non vive solo nelle Fondazioni lirico-sinfoniche. Non si può continuare a ignorare che non sono le Fondazioni liriche le sole o uniche titolari della produzione lirica italiana. C’è bisogno di riordinare le fonti di finanziamento, le leggi e le leggine che si sono sovrapposte in questi anni con una riforma di sistema che abbracci funzioni, prestazioni, risorse e assetti territoriali.

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LAVORO E WELFARE 

Gli operatori della cultura sono prima di tutto lavoratori: si tratta di un’affermazione non scontata. Restauratori, archeologi, storici dell’arte, masse artistiche e tecniche, maestranze, autori: più di mezzo milione di lavoratori in larga parte esclusi da ogni forma di tutela e welfare. La cultura è anche lavoro e l'effetto dei tagli è anche disagio sociale e precarizzazione dei destini individuali. Una situazione resa ancor più insopportabile dalle molte bardature corporative che appesantiscono il settore e diventano un tappo soprattutto per le nuove generazioni nonché dall’estrema diffusione del lavoro nero e di quello sottopagato che riguarda tutti i professionisti del settore. 

Il Partito Democratico ritiene che dare dignità e tutele ai lavoratori della cultura sia la precondizione per ogni reale ripensamento del futuro di questo comparto. Occorrono misure complesse e diversificate, perché disomogenee sono le condizioni e le difficoltà dei diversi settori del lavoro culturale. Un esempio chiaro viene dal sistema dello spettacolo: le tutele minime di welfare riconosciute alla generalità dei lavoratori non sono ancora state affermate nella nostra legislazione sul lavoro in questo specifico settore, perpetrando così un’evidente disparità di trattamento sul piano del diritto e dell’equità dei rapporti sociali. 

Chi lavora nello spettacolo è calato in un mondo afflitto dalla precarietà; precarietà alla quale si aggiunge l’intermittenza strutturale dei rapporti di lavoro degli artisti e dei tecnici dello spettacolo dal vivo, del cinema, dell’audiovisivo e dell’intrattenimento. La battaglia degli artisti per ottenere almeno il diritto alla disoccupazione ordinaria si è conclusa solo con la Riforma del mercato del lavoro approvata dal governo Monti: grazie ai lavoratori, ai sindacati e all’impegno del Partito Democratico, in quel provvedimento è stata almeno ottenuta l’abrogazione di una norma del 1935 (3)  che escludeva il personale artistico dal diritto all’indennità di disoccupazione. 

Ma il lavoro dello spettacolo resta tutt’ora escluso dall’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, dall’indennità di maternità, da forme di sostegno del reddito per i periodi di non lavoro. A tutto questo bisogna assolutamente provvedere con una legge specifica sul welfare che preveda norme di tutela per i lavoratori di questo settore.
Anche nel settore dei beni culturali il tema del mancato riconoscimento delle professioni ha portato con sé in questi anni una fortissima precarizzazione del lavoro. Occorre introdurre norme sulla protezione della proprietà intellettuale per gli scavi archeologici e i lavori di restauro e la catalogazione. 

Oggi, nella maggior parte dei casi, in particolare gli archeologi impegnati in scavi commissionati dalle soprintendenze trovano nei contratti una clausola sulla riserva di pubblicazione che vieta loro di diffondere i risultati dello scavo oggetto del contratto senza l'autorizzazione esplicita e scritta della soprintendenza committente. Stessa sorte è riservata a chi è impegnato da esterno nella catalogazione. Riteniamo invece sia giusto e necessario che i risultati del lavoro di ricerca dei professionisti dei beni culturali tornino nella piena disponibilità degli studiosi. C'è poi il tema dell'elenco dei professionisti abilitati alla verifica preventiva dell'interesse archeologico: una norma di tutela ed un importante volano occupazionale.
Il valore aggiunto recato dal capitale umano al sistema produttivo e industriale del paese dalle professioni artistiche, creative e culturali non si è tradotto in uno status specifico e appropriato. 

C’è bisogno di un vero e proprio piano per il lavoro culturale e creativo: non una nuova policy da aggiungere a quelle esistenti, ma una revisione di tutti gli indirizzi consolidati in discontinuità con gli approcci che hanno dominato fin qui il dibattito sulle politiche culturali. Bisogna liberarsi di molti miti e di tanti errori se si vuole creare lavoro e cogliere davvero l'occasione della cultura come contributo alla crescita civile oltre che economica del Paese. 

(3)Si trattava delle norme dettate dall’art. 40, n. 5, R.D.L. n. 1827 del 1935 



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PAESAGGIO 

Occorre riconoscere il tema del paesaggio nella sua valenza culturale ma anche in quella ambientale e sociale, perché il paesaggio nasce dall’interazione tra uomo e natura, va rispettato secondo un’idea di tutela che sappia dialogare con la contemporaneità, con strumenti coerenti e di sistema, smettendo dunque di inseguire l’emergenza. 

La pur evidente necessità di recuperare risorse per far fronte alle difficoltà economiche è stata declinata in alcuni casi nel senso della svendita di pezzi del nostro patrimonio culturale e artistico. Il paesaggio è stato dimenticato: la continua riduzione del personale impegnato nella tutela paesaggistica e insieme gli attacchi compiuti con leggi che allentano le maglie della salvaguardia dell’integrità dei territori e incoraggiano il consumo dissennato dei suoli (con le evidenti conseguenze per la sicurezza dei cittadini) hanno dimostrato la scarsa attenzione per una delle eccellenze del nostro paese. E i tentativi fatti in tempi più recenti per porre dei correttivi – come la proposta di legge sul consumo del suolo – non hanno avuto il tempo necessario per essere tradotti in legge. 

La riforma del governo del territorio va collegata al paesaggio anche dal punto di vista giuridico, facendo chiarezza nel sistema normativo e sulle competenze, superando la divisione tra tutela e valorizzazione, realizzando una vera ed efficace governance degli strumenti oltre che delle risorse. In alcuni casi non occorre tanto elaborare nuove pianificazioni, ma applicare quelle esistenti; intervenire anche sulla qualità degli interventi sul paesaggio; sostituire le nuove edificazioni con una buona riqualificazione agevolata da benefici fiscali. La tutela del paesaggio deve andare oltre i confini amministrativi territoriali a vantaggio di una pianificazione che tenga conto delle continuità strutturali dei territori. La deroga alle regole deve diventare davvero un’eccezione, non una prassi consolidata.
Consideriamo prioritario ridefinire un più chiaro equilibrio tra i diversi livelli di governo. 

Manca la necessaria condivisione tra Stato e Regioni rispetto agli obiettivi da perseguire, sia per quanto riguarda la tutela del paesaggio che per il governo del territorio. Il buon funzionamento del sistema delle Autonomie nella tutela del territorio dipende anche dalla professionalità degli addetti che vanno qualificati e valorizzati: su questo c’è bisogno di un impegno da parte di tutte le istanze di governo. D’altro canto l’aver trasferito alle Regioni materie e funzioni senza dare piena attuazione al federalismo fiscale, né certezza delle risorse disponibili, pone quegli enti nella condizione di dover reperire altrove le entrate necessarie. 

Ciò nonostante è improrogabile che le Regioni provvedano all’elaborazione del Piani paesaggistici regionali. Infine si deve rimproverare alle leggi dello Stato di aver sì previsto forme di concertazione e di cooperazione, ma di non aver stabilito le sedi di confronto e di codecisione: il Mibac avrebbe bisogno di una Direzione interamente dedicata al paesaggio e dotata di risorse umane e finanziarie adeguate ai bisogni di un sistema complesso. Infatti, una delle ragioni della imperfetta riuscita del trasferimento delle funzioni alle Regioni è stata senza dubbio la mancanza di indirizzi condivisi e di sedi destinate a garantire l’unità dell’azione pubblica per il governo dei territori e delle funzioni delegate e non.

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PROFESSIONI DEI BENI CULTURALI 

Precondizione per garantire la corretta tutela e valorizzazione del nostro patrimonio è la presenza di professionisti in grado di svolgere al meglio questo compito. Purtroppo ancora oggi molti di loro non vedono riconosciuta la propria professionalità.
E' una questione resa ancor più complessa dalla progressiva articolazione e specializzazione dei corsi universitari, con il paradosso di una enorme offerta formativa, fortemente disomogenea e che non risponde alle esigenze di professionalizzazione richieste dal mondo del lavoro. 

E che spesso, nella sua non governata complessità, produce lacerazioni e conflitti tra i più deboli. Non ha davvero più alcun senso declinare la questione partendo dalla necessità di gerarchizzare, magari a tutto vantaggio di presunte eccellenze; né possiamo attardarci oltre in un dibattito tra i sostenitori di una formazione teorica e quelli che rivendicano un aumento delle competenze tecniche. Dobbiamo partire da un dato certo, stabilendo quale sia il titolo necessario a qualificare il professionista dei beni culturali. Noi siamo convinti che debba essere la laurea (quadriennale o specialistica). Ma nel dirlo siamo assolutamente consapevoli della necessità che si rimetta mano alla definizione di quei corsi di laurea, in modo da renderli effettivamente sufficienti a una professionalizzazione di base. Ridefinire i percorsi della formazione accademica dunque, come primo passo. 

Poi rendere quei percorsi effettivamente abilitanti, recependo questa impostazione prima di tutto nella pubblica amministrazione. E infine rendere quell'abilitazione necessaria ad operare sul patrimonio. Certo, occorre contestualmente ridefinire la formazione superiore e di eccellenza, e anche costruire i legami organici con gli strumenti formativi extra-accademici.
Chiediamo anche al mondo accademico di fare uno sforzo per cercare di immaginare come rendere quei cinque anni d’insegnamento realmente utili alla professionalizzazione. La politica deve naturalmente costruire le condizioni per cui quelle professionalità vengano effettivamente riconosciute. 

Noi siamo convinti che la via maestra sia la correzione del Codice, e per questo – già nella passata Legislatura - abbiamo presentato una proposta di legge, prima firmataria Marianna Madia, che sanerebbe l'intollerabile vulnus della mancata citazione nel testo base sui beni culturali dei professionisti che operano sul patrimonio. Quella proposta può naturalmente essere aggiornata, favorendo ad esempio l'inserimento delle nuove professioni legate all'innovazione tecnologica (ad esempio gli scienziati della diagnostica).
Com’è noto, il tema del mancato riconoscimento delle professioni ha portato con sé in questi anni una fortissima precarizzazione del lavoro nei beni culturali. 

Una piaga che ovviamente non riguarda solo questo settore e che può essere corretta solo con riforme complessive, ma nei beni culturali esistono peculiarità che rendono indispensabili alcuni interventi specifici. E' necessario ad esempio introdurre norme sulla protezione della proprietà intellettuale per gli scavi archeologici e i lavori di restauro e catalogazione. Oggi, nella maggior parte dei casi, in particolare gli archeologi impegnati in scavi commissionati dalle soprintendenze trovano nei contratti una clausola sulla riserva di pubblicazione che vieta loro di diffondere i risultati dello scavo oggetto del contratto senza l'autorizzazione esplicita e scritta della soprintendenza committente. 

Stessa sorte è riservata a chi è impegnato da esterno nella catalogazione. Riteniamo invece sia giusto, oltre che necessario ai fini dei curricula professionali degli operatori, che i risultati del lavoro di ricerca dei professionisti dei beni culturali tornino nella piena disponibilità degli studiosi.
C'è poi il tema, molto sentito, dell'archeologia preventiva: si tratta di una norma di tutela del patrimonio e non della scorciatoia attraverso cui risolvere problemi assai complessi, come quello del riconoscimento professionale. Ovviamente non può nemmeno essere lo strumento attraverso cui i dipartimenti universitari reintegrano le risorse sottratte dai tagli né tantomeno una quota di mercato da riservare a quei professionisti che soffrono per la non concorrenzialità del mercato stesso. Può essere anche un importante volano occupazionale, e può essere utile ad attrarre nuove risorse nel settore, divenendo un pezzo di una politica industriale. 

Vanno tuttavia sciolto alcuni nodi che neanche le più recenti circolari hanno sbrogliato. Siamo convinti, innanzitutto, che debba essere riconosciuta la laurea quadriennale o specialistica come titolo sufficiente per esercitare l'attività di verifica preventiva, fermi restando i problemi di equiparazione con le professioni protette da Albi e Ordini professionali. Deve inoltre essere garantita pari opportunità di accesso per l'iscrizione nell'elenco a tutti i soggetti in grado di certificare la propria qualificazione. Infine deve essere regolamentata la partecipazione dei dipartimenti universitari sul mercato dell'archeologia preventiva per evitare il rischio dello snaturamento della loro missione istituzionale e la possibilità che essi abbiano vantaggi competitivi nel mercato. 

Non ci sfugge la delicatezza di questo passaggio, né si può negare che oggi i dipartimenti sono spinti a "essere azienda" non solo dalla scarsezza dei finanziamenti, ma dalla stessa riforma dell'università. Ma non crediamo che questa sia una situazione sana, tanto più in un settore in cui è necessario ricreare spazi di occupazione di qualità per dare uno sbocco vero e proprio a chi da quelle università esce.
Va anche segnalato che il processo di liberalizzazione dell’attività di guida turistica avviato da Bersani nell'ultimo Governo Prodi è stato completamente disinnescato dall’approvazione del Codice del Turismo voluto dalla ex Ministro Brambilla che, di fatto, ha completamente deregolamento il settore riservandolo alla sola normazione regionale. La norma che emanammo, su richiesta delle associazioni professionali di archeologi e storici dell'arte, prevedeva l'equiparazione del titolo di studio al patentino, fatta salva la verifica linguistica e di conoscenza del territorio attraverso un esame non selettivo. 

Occorre ripristinarla, dopo che la sua abrogazione ha scaraventato di nuovo il settore nella confusione e nell’incertezza restringendo di nuovo gli sbocchi occupazionali dei professionisti dei beni culturali.
Insomma, ancora oggi la situazione lavorativa di un professionista dei beni culturali è difficile, indefinita, incerta. Le responsabilità di questo stato di cose sono molte: ne ha la politica che ha troppo a lungo ritardato lo scioglimento di alcuni nodi; ne ha la pubblica amministrazione che troppo spesso alimenta lo sfruttamento non fissando regole certe, tariffari omogenei, o fingendo di non vedere come i capitolati delle gare diventino vere e proprie trappole per i lavoratori. 

Ne ha anche il sindacato, che da anni fatica a trovare le forme di rappresentanza e tutela di professionalità così diverse. Ancora oggi un archeologo seguendo la diversità degli incarichi, dovrebbe cambiare categoria di riferimento almeno un paio di volte a settimana. Ne hanno, infine, gli stessi lavoratori, che faticano a vivere una dimensione di impegno collettivo.
C'è bisogno di un salto di qualità complessivo, nella consapevolezza prima che nell'impegno. 

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RESIDENZE CREATIVE 

La situazione delle residenze creative in Italia è particolarmente variegata ed affidata per lo più all’iniziativa di regioni ed enti locali o fondazioni private che solo raramente godono di finanziamenti pubblici. Il meccanismo funziona per bandi e spesso la “residenza” consiste nella disponibilità di uno spazio nel quale creare, di un alloggio e di alcune facilities di produzione, ma non nel sostegno economico diretto. In altri casi, si tratta di strutture caratterizzate da una direzione artistica che offrono residenze di ricerca, senza altre finalità che la creazione, e che si rivolgono a giovani compagnie che vengono “accompagnate” nella loro attività. In altre situazioni ancora, si incaricano le compagnie anche di un’attività di gestione di strutture e di animazione/promozione del territorio, con esiti certamente interessanti, ma che talvolta si realizzano a scapito della stessa creazione artistica. 

L’Italia manca di un’iniziativa pubblica coordinata e di un sistema organizzato di residenze creative che, invece, all’estero sono diffuse abbastanza capillarmente. Ciò crea uno squilibrio tra l’Italia e il resto d’Europa che si trasforma sempre più spesso nella fuga di talenti e di creatività: creativi italiani in fuga dal loro paese che finiranno per fornire ai nostri concorrenti esteri le capacità di ideazione e progettazione necessarie per competere.
Le residenze creative di produzione e ricerca (destinate ad artisti visivi e performativi, per musicisti, per attori e registi, per scrittori) dovrebbero essere uno degli strumenti cardine del sostegno pubblico in quanto incubatori di sperimentazione e innovazione. 

Bisogna aprire il sostegno pubblico anche questi organismi, ad esempio prevedendo specifici bandi costruiti su criteri che premino la qualità dei progetti e delle produzioni artistiche; facendo chiarezza sulle caratteristiche qualificanti delle realtà da sostenere ed evitando il rischio di alimentare antiche rendite di posizione. E’ questo uno dei campi dell’intervento pubblico più specifici della coprogettazione degli interventi tra Stato e Regioni; si tratta anche di uno degli ambiti in cui il dialogo tra istituzioni culturali che operano nei territori e nelle comunità è essenziale per il buon funzionamento di un sistema. Bisogna valorizzare una rete di strutture attrezzate e disponibili a costi contenuti per gli artisti, alle quali si acceda attraverso bandi promossi da organismi pubblici e privati. 

Anche in questo caso le agevolazioni fiscali per chi mette a disposizione della creatività spazi funzionali a condizioni vantaggiose possono essere uno strumento utile per la promozione di un sistema. E sarebbe auspicabile un intervento pubblico anche nella progettazione di spazi dedicati alla creazione e alla produzione artistica nella formula della residenza creativa, partendo dall’idea che l'arte e la cultura devono essere in relazione con il contesto sociale e che artisti e creatori, lavorando ai loro progetti, arricchiscono il territorio e i suoi abitanti. 

Può essere un’opportunità per il riuso di molti edifici e spazi pubblici in abbandono. Infine, un sistema di residenze creative valorizzato dal sostegno pubblico serve tanto all’internazionalizzazione degli artisti quanto a quella dei territori: a partire dalle loro risorse culturali e sociali, infatti, si possono creare le necessarie connessioni con le imprese interessate ad investire in innovazione e creatività. 

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LO SPETTACOLO DAL VIVO 

Dopo anni di dibattito politico e istituzionale sulla necessità di una riforma, abbiamo presentato nella scorsa Legislatura, grazie al lavoro dell’On. De Biasi, una proposta di legge quadro sullo spettacolo dal vivo, con l’obiettivo di superare la lunga transizione in cui versano la prosa, la musica e la danza: settori che attendono almeno dal 1977 (4) , prima di tutto, una nuova governance pubblica che dia al sistema dello spettacolo le opportunità e gli strumenti indispensabili per crescere e diffondersi. 

Di fronte all’esistenza di una competenza concorrente tra Stato e Regioni il dibattito sul “chi fa che cosa”, infatti, non si è ancora compiuto. E oggi, anche di fronte alla gravità dell’emergenza culturale e finanziaria del settore, c’è una reale urgenza di realizzare nuovi modelli di sviluppo. L’attuale gestione statale degli interventi, improntata esclusivamente sul FUS, mostra di non poter più rispondere efficacemente ai bisogni che scaturiscono dalla diversità delle esperienze e dell’identità delle produzioni, dalla diversificazione dei pubblici esistenti e potenziali e dalle nuove opportunità di fruizione. In particolare essa impedisce la programmazione pluriennale alle istituzioni e alle imprese, l’ingresso di nuovi soggetti, la flessibilità del sistema, contribuendo alla stratificazione e alla frammentarietà degli interventi piuttosto che favorire, come sarebbe necessario, una visione integrata e accompagnata da una progettazione condivisa tra i diversi livelli di governo della Repubblica. 

Occorre riformare i criteri con i quali avviene la ripartizione del FUS: premiando la qualità delle produzioni artistiche, le capacità produttive, la ricerca, il rapporto con i network internazionali, l’innovazione, il ricambio generazionale e l’investimento sul lavoro dei giovani, la progettualità, la circuitazione e la diffusione delle produzioni, la capacità di sviluppare nuovi modelli di organizzazione della cultura. 

Occorre favorire l’accesso ai fondi da parte delle giovani compagnie, prevedendo per loro alcuni criteri di valutazione differenziata. Allo stesso tempo, è fondamentale che il finanziamento sia pluriennale per consentire quella programmazione che è indispensabile nello spettacolo dal vivo; e occorre monitorare le attività di chi riceve il sostegno pubblico in ragione degli obiettivi culturali perseguiti: solo in questo modo è possibile premiare realmente la qualità del lavoro. 

Bisogna aprire un sistema chiuso, perché oggi il mondo della cultura è bloccato da un coacervo di rendite di posizione e di barriere all'ingresso. Un sistema che spesso finisce per respingere o relegare ai margini le energie più fresche. Apertura del sistema significa anche apertura dei mercati culturali. Il nostro paese deve tornare ad essere un centro di produzione e non solo luogo di circuitazione e distribuzione di produzioni importate dall’estero. Così come devono essere centrali l’allargamento e la crescita della domanda, presupposto imprescindibile per la creazione di un’industria culturale indipendente e autonoma: e quindi abbiamo bisogno di investire sulla formazione di nuovi pubblici e di fruitori consapevoli, a partire dall’impegno e dal ruolo del nostro sistema educativo.

(4)Già il D.P.R. 616/1977 (attuazione della delega ex lege 382/75 - Norme sull'ordinamento regionale e sulla  organizzazione  della pubblica amministrazione) aveva
previsto il riordino delle funzioni amministrative delle Regioni e degli altri
enti di governo territoriale rispetto a prosa, musica e cinema attraverso specifiche
normative destinante a ciascuno dei settori di riferimento (v. art. 49, c. 2, DPR
616/77). La stessa legge istitutiva del FUS, poi,  richiama esplicitamente alle leggi di riforma
della musica, del cinema, della prosa, delle attività circensi e dello
spettacolo viaggiante all’articolo 13 che detta, per l’appunto, le norme
transitorie relative ai criteri della ripartizione annuale del Fondo per
ciascuno dei settori dello spettacolo da adottarsi fino all’attuazione di tali normative.
(v. art. 13, L. 30 aprile 1985, n. 163). Pare quasi superfluo ricordare,
infine, che il riordino del sistema pubblico di sostegno e promozione per tutto
il comparto dello spettacolo è un bisogno che discende dalla disciplina costituzionale
dettata in questa materia dal novo Titolo V della Costituzione, come modificato
nel 2001.

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EDITORIA

L’editoria è un grande bene pubblico e un importante settore produttivo. Quando va in crisi, siamo tutti più poveri, perché è a rischio uno dei nostri diritti più importanti: esprimere liberamente ciò che pensiamo, essere informati correttamente su ciò che ci circonda, poterci formare un autonomo punto di vista. Quando chiude un giornale, si crea una ferita per la democrazia che non si rimargina. La crisi che vive il nostro Paese è dovuta anche al malandato stato di un sistema dell’informazione soffocato dai monopoli ed incapace di aprirsi a reali meccanismi di concorrenza.

Negli anni tagli profondi si sono accaniti sull’editoria con una logica punitiva che spesso ha colpito i virtuosi e lasciato indenni sprechi ed opacità, mettendo a rischio voci autentiche del paese reale, che rappresentano fasce sociali, categorie, comunità territoriali, cittadinanza attiva; e migliaia di lavoratori, con chiusure, licenziamenti, aumento del precariato.

L’editoria e la libertà di informazione devono tornare ad essere centrali nell’agenda di governo perché sono vitali per la democrazia e perché sono ambiti strategici per la competitività del Paese.

L’intero sistema della comunicazione necessita di una legge di riforma che ponga al centro la qualità e l’indipendenza dell’informazione data ai cittadini. Servono regole rigorose e trasparenti per l’accesso ai finanziamenti pubblici ed è fondamentale correggere le distorsioni del nostro sistema con efficaci norme antitrust: l’Italia, purtroppo, costituisce un caso unico al mondo di concentrazione pubblicitaria che il conflitto d’interessi indirizza verso la tv.

Bisogna creare la sinergia indispensabile tra stampa e web e favorire la crescita dell’editoria cooperativa, no profit, l’innovazione, la circolazione delle idee. Per questo servono strumenti come un Fondo per il sostegno alla transizione al digitale, il credito d’imposta, il credito agevolato. 

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MUSICA INDIPENDENTE 

Occorre finalmente attuare per il settore della musica indipendente provvedimenti adeguati, come politiche fiscali omogenee ed attente anche ad incentivare gli investimenti privati.

Per valorizzare e promuovere le produzioni musicali italiane, sarebbe utile prevedere delle quote di programmazione obbligatorie per i network televisivi e radiofonici. E per sostenere i giovani talenti, l’innovazione, la sperimentazione di nuovi linguaggi, l’internazionalizzazione, la funzione sociale, il settore pubblico deve investire in misure di sostegno specifiche per la musica indipendente, sia attraverso interventi di carattere finanziario che attivando politiche industriali.

E’ fondamentale intervenire in modo incisivo anche dal lato della diffusione delle produzioni e dell’allargamento del bacino dei fruitori e della domanda. L’allargamento e la crescita della domanda, infatti, sono un presupposto imprescindibile per lo sviluppo di un’industria musicale indipendente e autonoma; per questo abbiamo bisogno di investire sulla formazione di nuovi pubblici e di fruitori consapevoli, a partire dall’impegno e dal ruolo del nostro sistema educativo.

Ma non solo. Servono anche misure che sostengano i consumi, in particolare per favorire l’accesso di tutti ai contenuti: ad esempio si discute da molti anni dell’abbattimento dell’aliquota IVA dal 21 a 4 per cento per i supporti musicali e audiovisivi (CD e DVD). È un tema che, essendo materia comunitaria, è necessario che sia affrontato seriamente dai paesi membri dell’UE. Abbiamo bisogno di una riforma che focalizzi le funzioni dei soggetti in campo e ne valorizzi l’identità culturale, partendo dalle loro missioni specifiche: produttori, produttori e diffusori, promotori e distributori. Sapendo che non può esserci riforma che non sia adeguatamente finanziata, la parte pubblica deve investire in questo settore, mettendo a disposizione del sistema risorse certe, programmate e adeguate ai suoi bisogni di sviluppo.

Sul fronte della fruizione e dell’”educazione” alla musica, è fondamentale intervenire per favorire la possibilità per questi soggetti di esibirsi in luoghi adatti. E lo Stato deve avere cura di sostenere il distributore e l’operatore che accetta la sfida di rischiare programmando concerti di giovani musicisti indipendenti, piuttosto che grandi nomi.
La musica indipendente non può più essere considerata “figlia di un Dio minore”, ma parte integrante di un sistema che deve crescere nella sua entità di servizio, di ricchezza identitaria, d’industria culturale.
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