Proposta programmatica

Noi e il lavoro

Documento approvato dall'Assemblea delle donne democratiche tenutasi a Napoli il 17 e 18 febbraio 2012

pubblicato il 18 febbraio 2012 , 2637 letture
Quadro di riferimento

Il gruppo che ha lavorato sul tema del lavoro e dello sviluppo insieme a Stefano Fassina ha ricevuto contributi assai compositi, molto in linea direi con la complessità del tema trattato. Un tema che così possiamo riassumere: bisogna consolidare e difendere dalla crisi con provvedimenti immediati il lavoro che c’è, individuando al contempo strumenti indirizzati ad incentivare l’imprenditoria e l’occupazione femminile, accompagnando tali misure a norme che ricostruiscano un basilare sistema di Welfare; porre quindi le fondamenta per uno sviluppo futuro sostenibile e duraturo, agendo prioritariamente sulle condizioni non economiche dello sviluppo e guardando al bacino del Mediterraneo come contesto nel quale si gioca parte del destino del Mezzogiorno italiano.

Naturalmente confluiscono in questa sintesi contributi, riflessioni e documenti elaborati dal Partito in altre sedi. In questi documenti sono sintetizzati i principi che le donne democratiche del Mezzogiorno condividono: da un lato l’affermazione che nessuna politica per il Sud può essere credibile ed efficace se non viene pensata come parte di un disegno riformatore nazionale e, dall’altro, la necessità di favorire l’occupazione delle donne e dei giovani, che deve diventare una priorità per l’Unione Europea e per l’Italia.

Le tre questioni del Mezzogiorno

Legare la questione dello sviluppo del Mezzogiorno allo sviluppo dell’intero paese tuttavia comporta un rischio, quello di considerare che il Mezzogiorno possa risolvere le sue arretratezze attraverso la soluzione dei problemi delle regioni maggiormente industrializzate.

Purtroppo non è così, e così non è stato neppure quando l’economia nazionale ha raggiunto buoni livelli di crescita: i nodi cruciali dell’arretratezza del Mezzogiorno non sono mai stati sciolti, ed essi si ripropongo oggi come in passato. Non è così, perché il Mezzogiorno presenta caratteri specifici che riguardano tanto le sue arretratezze quanto le sue potenzialità, caratteristiche che lo differenziano da altri territori del paese e che riguardano la sua posizione geografica e il suo capitale sociale.

Il riferimento macroeconomico e il contesto mediterraneo

La posizione geografica, in un contesto in rapido mutamento come quello del bacino del Mediterraneo, può garantire al Mezzogiorno italiano quella ineguagliabile “rendita logistica e culturale” rispetto ad un mondo costituito da centinaia di milioni di cittadini, prevalentemente giovani, alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo. Non è un semplice auspicio, tutto ciò sta già accadendo: negli ultimi 15 anni, il dato delle esportazioni delle regioni del Mezzogiorno verso i paesi del Mediterraneo è in costante crescita, sino a sfiorare il 30% del totale dell’export nei paesi extra Unione europea. E’ verso quei paesi che il Mezzogiorno deve guardare, è verso quei paesi che vanno costruiti i ponti, sui quali non devono transitare solo le merci, ma anche diplomazia e cultura.

Le donne, insieme ai giovani, sono le grandi assenti

Se il Mediterraneo diventa il campo nel quale il Mezzogiorno si gioca la sua partita per uno sviluppo duraturo e sostenibile, allora diventa fondamentale il ruolo che gioca in questa partita il suo capitale sociale, oggi sotto utilizzato, mal utilizzato, non utilizzato. Quando parliamo di capitale sociale siamo sostanzialmente arrivati all’oggetto della nostra discussione: non starò qui a elencare cifre, statistiche, studi, serie storiche, basta citare le parole dell’ex Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nelle sue ultime “Considerazioni Finali”: “la scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro è un fattore cruciale di debolezza del sistema”. Parole ribadite dal Presidente del Consiglio Monti durante il suo discorso sulla fiducia al Governo, parole che trovano la loro più.

Consolidare il lavoro che c’è, creare nuove imprese

Bisogna frenare questa tendenza, e l’unico modo per fermarla è creare nuova occupazione, creare nuove imprese ed investire decisamente sul lavoro femminile, introducendo misure di vantaggio per l’occupazione e l’imprenditoria femminile. Il Governo Monti ha ben interpretato questa esigenza, introducendo il prezzo simbolico di un euro per la costituzione di un’impresa, a favore dell’imprenditoria giovanile. Tale misura va applicata non solo ai giovani, ma anche a tutte le donne, giovani e meno giovani, che con coraggio decidono di aprire una piccola impresa o un laboratorio artigianale. Il Ministro Fornero ha fatto delle aperture in questo senso nella giornata di ieri, poi in parte smentite, o ridimensionate. Va poi affrontato il problema del credito alle imprese, che oggi è drammatico. E c’è il tema delle liberalizzazioni, che riguarda tante donne del
mezzogiorno che hanno titoli e competenze nel campo delle professioni.C’è bisogno di interventi rapidi che mettano le regioni del mezzogiorno nelle condizioni di creare occupazione. Anche le regioni possono dare il loro contributo. La Puglia, pur in una situazione difficile di bilancio è riuscita per il 2012 a stanziare quasi più di 300 milioni di euro per incentivare
la crescita, e di questi il 10% sono stati investiti per l’imprenditoria e l’occupazione femminile. Fondi che hanno attratto investitori stranieri: nei giorni scorsi sono stati sottoscritti impegni per 500
milioni di euro di investimenti.

Allo stesso tempo è necessario che una donna che ha un lavoro non venga messa nelle condizioni di perderlo, per cause economiche o per condizione sociale. Bisogna difendere le imprese dalla crisi ma allo stesso tempo difendere le lavoratrici da una diffusa illegalità che circonda il lavoro nel mezzogiorno.

Ci auguriamo che la riforma del mercato del lavoro che il Governo si accinge a varare affronti con determinazione alcuni temi rilevanti che riguardano il lavoro femminile nel Mezzogiorno: dalle dimissioni in bianco all’apprendistato, dalla riduzione della precarietà all’equiparazione salariale, dagli incentivi alle imprese che assumono donne alla regolazione del part time. Naturalmente mettendo alla base il presupposto che per fare qualsiasi riforma bisogna partire da un
punto fondamentale: la donna del Mezzogiorno non può più essere un sostituto di un welfare inefficiente o in corso di smantellamento: va superato il modello fordista di società, incentrata sul maschio adulto creatore di reddito che lascia alla donna il ruolo, o meglio l’occupazione – a titolo gratuito – della cura parentale.

C’è insomma bisogno di Welfare, e c’è l’assoluta necessità, pur nelle difficoltà del momento, di rimettere mano a quei capitoli di spesa che il precedente Governo ha sostanzialmente azzerato, in particolare il Fondo Nazionale per le Politiche Sociali.

Le condizioni non economiche dello sviluppo

Alla necessità di consolidare il lavoro che c’è e di incrementare il tasso di occupazione nel Mezzogiorno si deve affiancare una nuova progettualità che porti il Mezzogiorno ad uno sviluppo futuro duraturo e sostenibile. Ripensare strategicamente lo sviluppo vuol dire affrontare le cause dell’arretratezza che frenano il Mezzogiorno. Significa quindi ritornare alle visioni ampie, significa elaborare una strategia che possa creare prospettive di sviluppo nel medio e lungo termine. Per raggiungere questo obiettivo bisogna partire da quelli che il nostro segretario Bersani ha definito investimenti nei diritti di cittadinanza, e che il sociologo Franco Cassano ha definito le condizioni non economiche dello sviluppo: in primo luogo legalità, giustizia, e sicurezza per cittadini, lavoratori ed imprese. Nel lavoro e nell’impresa bisogna premiare gli onesti, mettere ai margini l’economia criminale, chi non paga le tasse e chi per guadagnare di più mette a rischio la vita dei lavoratori e dei cittadini.
E poi istruzione, formazione e ricerca per costruire e consolidare il capitale sociale senza il quale ogni via per lo sviluppo è preclusa.

Il Welfare naturalmente, decisivo per le donne ma che deve essere ripensato nel suo complesso ed adattato alle mutate condizioni che la modernità ci mette di fronte. E infine le infrastrutture della mobilità, il recupero delle coste, l’investimento nella cultura, nella tutela dei beni comuni, nel turismo. Quando si parla di tutto questo non si parla di temi astratti ma
elementi su cui puntare per creare imprese, professionalità, competenze. Insomma, ancora una volta, per creare lavoro.

Classi dirigenti come capitale sociale

Naturalmente per fare tutto questo ci vogliono classi dirigenti. Politica, pubblica amministrazione, burocrazia, forze sociali, università, centri di ricerca. Bisogna ripensare lo sviluppo e bisogna farlo mettendo insieme tutte le forze sane della società.
La politica in particolare, che deve ripensare la sua funzione: uno dei problemi fondamentali del Mezzogiorno è l’assenza di politica alta, di immaginazione, di fiducia in un destino diverso del Mezzogiorno, la politica vista come fine e non come mezzo.

Il problema delle risorse

Infine, il tema delle risorse. E’ diventato una specie di luogo comune considerare inutile destinare risorse per lo sviluppo del Mezzogiorno. Esso si è prevalentemente basato sulla considerazione che gli stanziamenti si sono rivelati inefficaci a causa degli sprechi e della struttura clientelare della società meridionale. Si tratta di un teorema suggestivo, ma del tutto strumentale. La realtà alla quale abbiamo assistito in questi anni di governo della destra è stata quella di una sistematica rapina di fondi destinati al Mezzogiorno, risorse che sono state utilizzate per tutt’altri scopi e per tutt’altri territori.

Naturalmente questo non vuol dire che il Mezzogiorno abbia finora sfruttato pienamente l’occasione dei fondi ad esso destinati dal Governo e dalla Comunità europea: intermediazione politica e apparato burocratico non all’altezza ne hanno limitato gli effetti e creato strutture parassitarie, centri di potere e, a volte, vere e proprie attività criminali. Ciononostante, riteniamo che per rilanciare l’economia del Mezzogiorno e del paese sia quella di attivare politiche di sviluppo con investimenti finalizzati alla crescita. C’è necessità di risorse subito, il Mezzogiorno non può attendere la Merkel e i tecnocrati di Bruxelles con le loro politiche asfittiche di risanamento dei bilanci. Pensiamo che in questo modo sarà possibile per il Mezzogiorno riprendere la via dello sviluppo, uno sviluppo duraturo e sostenibile. Solo così sarà possibile arginare quel flusso ininterrotto di capitale sociale che dal Sud si trasferisce al nord. Solo in questo modo sarà possibile per le donne
del Mezzogiorno dare un contributo per la ricostruzione dell’Italia.
servizi

Argomenti

dillo ai tuoi amici

Inserisci le email separate da una virgola  
il tuo nome  
la tua email  
un breve messaggio  
 
L'utente, nel premere il pulsante "invia", dichiara di aver letto e approvato l'informativa sul trattamento dei dati.