Proposta programmatica

Noi e la legalità

Dal Sud con le Donne ricostruiamo l’Italia. Documento approvato dall'Assemblea delle donne democratiche Napoli il 17 e 18 febbraio 2012

pubblicato il 16 febbraio 2012 , 2389 letture
Non possiamo non partire dall’allarme lanciato solo due giorni fa dalla Corte dei Conti che ci ha detto che in Italia dilagano corruzione, illegalità e malaffare.

Un problema di costume sociale prima che di repressione. Un aspetto talmente radicato nella struttura delle nostre amministrazioni ad ogni livello che da un recente sondaggio effettuato dal Forum PA risulta che il 30 per cento dei dirigenti pubblici del SUD Italia ritiene NORMALE la presenza di corruzione nei loro uffici. Una illegalità diffusa e radicata, dunque, che si nutre delle inefficienze del sistema e che a sua volta genera altre inefficienze.

Si stima che su ogni cittadino italiano, neonati compresi, gravi la tassa occulta della corruzione, valutata in 60 miliardi l’anno.
La crisi economica pesa su tutti ma non sulla criminalità organizzata: solo nel Mezzogiorno si stima che le mafie riducano il pil del 40% e che l’economia sommersa dell’intero Paese, humus ideale delle mafie e dell’illegalità diffusa, abbia un’incidenza del 27% sull’economia italiana: un euro su quattro in Italia sparisce nelle tasche dei furbi o dei criminali.
Da questi e da altri dati, ieri nel gruppo di lavoro sulla legalità, siamo partite per chiederci cosa è per noi la legalità?

E cosa vogliamo che rappresenti per l’identità di questo partito.
Ci siamo dette che in un contesto di legalità e di rispetto delle regole le donne emergono più facilmente e si riesce a costruire una società diversa, ma come?

Agendo per semina, gettando semi di legalità anche nei contesti più piccoli, come piccolo può essere il contributo di ciascuno nell’agire quotidiano.

Impegnativa come la semina, la legalità, richiede ostinazione, pazienza e tempo. Un tempo spesso lungo, quello per vedere i frutti, che però va avviato con decisione e chiarezza e che renderà merito a chi deciderà di farne il proprio impegno. Perché giorno dopo giorno, di Ercolano liberata dal racket ce ne siano, dieci cento mille.
E ci siamo dette che non è certo stato un caso se lì, ad Ercolano, la prima a denunciare gli aguzzini è stata una donna, giovane, proprietaria di un negozio di abbigliamento. Raffaella. E ci siamo dette che accanto alle tante donne, madri, imprenditrici coraggio deve stare il Partito Democratico e ci devono stare le Istituzioni.

Ci siamo chieste ieri se le tante morti per mano della criminalità organizzata, che nel mezzogiorno hanno colpito da vicino anche i nostri rappresentanti, siano divenute solo un simbolo, una data da commemorare, se i nostri amministratori e le nostre amministratrici siano soli nell’affrontare situazioni di minaccia e di pressioni. Crediamo che così non debba essere.
Crediamo che finchè ci sarà anche una sola donna costretta a suicidarsi perché ha deciso di collaborare con la giustizia il nostro lavoro dovrà essere più efficace. Le modifiche di legge non bastano ma se una testimone di giustizia, e ce ne sono diverse attualmente in Calabria, giovani madri coraggiose che rinnegano la ‘ndrangheta, e dicono “Io non ho paura”, se una di loro viene messa in protezione mentre i suoi figli minori restano con i nonni, con la famiglia di origine che ora la disprezza, c’è qualcosa che va modificato anche nella legge.

Attorno a queste donne, alle testimoni, alle pentite e anche alle vittime indirette o innocenti e alle tante altre che combattono fenomeni illeciti, nonostante la diffusa cultura di sottomissione e nonostante la paura e il familismo maschilista, è necessario creare una rete nazionale di solidarietà e sostegno che coinvolga certo altre donne, certo altre associazioni e movimenti, ma che deve vedere un protagonismo delle Istituzioni e di chi le rappresenta.

Abbiamo affrontato anche il tema della confisca dei beni, sappiamo che è una proposta nelle corde del Pd, e chiediamo due cose: che le confische e le assegnazioni alla società avvengano in tempi brevi e salvaguardando il valore economico di quei beni e che vengano colpite beni dal forte valore simbolico per i boss.
Sappiamo che non è dunque solo un problema di regole ma soprattutto di mentalità, di approccio culturale, di sedimentazioni ataviche, per questo vorremmo più investimenti sulla scuola, più lotta alla dispersione scolastica, più estensione del tempo pieno. Per far crescere una cultura della legalità e un civismo consapevole vorremmo definire aree ad alta densità educativa nei comuni ad alta densità criminale, circa il 37 % dei comuni del sud Italia.

Abbiamo affrontato anche il tema degli appalti pubblici. Sappiamo che servono regole più trasparenti per gestirli, che serve diminuire al minimo gli enti pubblici appaltanti, riuscendo ad intervenire anche sui subappalti, sappiamo che serve stilare elenchi di Aziende e fornitori puliti e controllare, ma soprattutto sappiamo che è necessario valorizzare classi dirigenti politiche e rappresentanti delle istituzioni su cui non ci sia neppure un sospetto. Perché norme regole e codici non servono e non serviranno, se ad interpretarli ci saranno le persone sbagliate. Perché il dato è che la criminalità organizzata non cerca più l’intermediazione del politico, si fa essa stessa politico, si mette il vestito del rappresentante delle Istituzioni e noi questo dobbiamo impedirlo.

E’ più facile a partire dalle elezioni negli enti locali, nei comuni, nelle provincie e nelle regioni dove il partito è radicato e sa, conosce, comprende. Come? Combattendo il voto di scambio, le clientele, i personalismi, ponendo limiti precisi alle spese per le campagne elettorali. Studiando appositi sistemi elettorali che favoriscano il merito e non le cricche. Compilando “White Lists” come proposto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rapporti tra mafie e politica.
Stabilendo regole interne ma anche esterne, rafforzando se necessario l’articolo 49 della nostra Costituzione, che, come dice Don Ciotti, è il primo testo antimafia.

Perché “Più debole è la democrazia, più deboli sono le istituzioni più forte è la criminalità”.
Tutto questo deve entrare nell’agire quotidiano dei partiti, questo possono farlo: non devono abdicare al loro ruolo costituzionale lasciando l’obiettivo della legalità solo agli interventi di magistratura e forze di polizia.

Perché è vero che a ciò che è illecito pensano loro, ma un partito come il nostro, il primo partito italiano, deve saper valutare anche ciò che è opportuno. Deve saper legare il consenso al progetto e non alla persona. Non possiamo oggi, 18 febbraio 2012, dimenticare che a 20 anni da Mani Pulite c’è stato solo un adeguamento degli strumenti di corruzione. Non possiamo non evidenziare che, come in ogni fenomeno negativo, registriamo un danno oggettivo materiale (con ricadute sull’economia, sulla democrazia, sulla giustizia), ma anche un danno diciamo “a lungo termine” sul pensiero e sul comportamento con pesanti ricadute sul sistema sociale. Ciò che più impressiona (ne hanno parlato ultimamente Colombo e Davigo, ma anche il direttore Ferruccio De Bortoli) è che nel sentire comune si è rafforzata l’idea che “l’interesse privato nell’esercizio di una funzione pubblica non è riprovevole”.

C’è rassegnazione nel cuore degli italiani e quindi è necessario oggi più che mai non puntare tutto solo sulla repressione dell’agire illegale, ma far pagare un costo di reputazione a chi infrange le regole per evitare che i più furbi diventino un modello. E’ necessario combattere il “tanto sono tutti uguali” e questo si fa valorizzando modelli differenti. Le donne nella politica e nell’amministrazione incarnano meglio questo modello differente. Attraverso le donne si possono stravolgere le attuali relazioni tra politica, affari e malavita, per scompaginare questo intreccio di poteri, diffusi e trasversali, anche per il solo fatto che, nella maggior parte dei casi, fino ad ora le donne non sono state le protagoniste di questa rete di malaffare.
Certo non voglio qui rivendicare alcuna differenza antropologica e tantomeno una superiorità delle donne sul tema della propensione alla corruzione, questo lo lasciamo eventualmente ai ricercatori, ma certo è che un Partito che ha a cuore l’Italia, che vuole caratterizzarsi per il suo impegno nella ricostruzione di un humus culturale e civile progressista deve investire sulle competenze e sulle capacità femminili proprio nelle aree ad alta densità criminale. E’ della fine del 2011 uno studio condotto da un ricercatore italiano ad Harvard e che Alberto Alesina ha fatto conoscere in Italia tramite un articolo “E se provassimo con le donne?” in cui si prendono in esame i livelli di corruzione negli enti locali di India e Brasile e si sottolinea come le sindache e le assessore riescano ad ottenere più fondi dai livelli centrali e soprattutto ad investirli meglio, senza sprechi e con la soddisfazione degli utenti. Per rispondere davvero alla forte richiesta di trasparenza, pulizia, buona amministrazione che viene dai cittadini, ma che è stata di recente amplificata dal nostro amato Presidente della Repubblica, non può essere questa una strada da percorrere per il primo partito italiano?
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