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Forum progetto Mezzogiorno
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Proposta programmatica

Per l'Italia e il Mezzogiorno

Proposta approvata dall'Assemblea nazionale Roma 2011

pubblicato il 4 febbraio 2011 , 8972 letture
Sud
Premessa 

Nessuna politica per il Sud può essere credibile ed efficace se non viene pensata come parte di un disegno riformatore nazionale, in grado di affrontare i nodi della crisi economica, sociale e democratica dell’intero Paese. Pensare la questione meridionale come cruciale questione nazionale non è perciò soltanto un omaggio al valore dell’unità nazionale nell’anno del suo 150° anniversario, ma una condizione essenziale per una valutazione realistica dello stato dell’Italia. L’Italia soltanto unita e solidale può uscire dalla più grave crisi democratica ed economica della sua storia repubblicana. Le analisi e le proposte contenute nel presente documento sono perciò tutte legate a questo asse concettuale di fondo. Aggiornare e rilanciare il tema dell’unificazione economica e politica del Paese significa ripensare la questione del Mezzogiorno nelle sue tre dimensioni essenziali: nazionale, euromediterranea e meridionale, intesa quest’ultima come responsabilità diretta della società e delle classi dirigenti del Sud. 

Il Mezzogiorno come questione nazionale 

Dire che il Mezzogiorno è questione nazionale non è più scontato. Anche in taluni settori del centro-sinistra, il Mezzogiorno è sopportato come un elemento politically correct, ma considerato estraneo alle reali dinamiche e potenzialità di sviluppo del Paese. Mentre si afferma nell’opinione pubblica la convinzione che Sud e Resto d’Italia siano due sistemi differenti, le analisi puntuali svolte da Banca d’Italia e da altre istituzioni rilevano l'interdipendenza tra i diversi sistemi economici, sociali e finanziari in cui è articolato il Paese. Il contrario dell’interpretazione semplicistica del Governo Berlusconi che, anche nel Piano Nazionale delle Riforme 2020, ipotizza l’esistenza di due sistemi economici distinti: il Nord che funziona e ha bisogno solo di aggiustamenti; il Sud, completamente da ridefinire. In realtà gli andamenti dell’ultimo decennio dimostrano interrelazioni economiche tra le due aree così profonde da condizionare i risultati di ciascun territorio. L'interruzione del processo di convergenza tra Sud e Nord del Paese è intrecciata ad una perdita ancor più significativa di competitività dell’intero sistema economico nazionale e delle sue aree più forti rispetto alla media dei Paesi dell’Unione europei. 

Ad esempio, nel 1998, il Pil per abitante del Nord-Est era pari al 137% della media dell’Unione Europea a 27, mentre nel Meridione tale indicatore si fermava al 74%. Nel 2007, il Nord-Est scivolava al 125% della media UE, mentre il Meridione era al 70%. Insomma, l’esperienza degli ultimi trent’anni lo dimostra: il Sud e il Nord o crescono insieme oppure insieme declinano, e vanno respinte come demagogiche e pericolose, sia nel Sud che nel Nord, le ipotesi in base a cui ciascuno starebbe meglio se fosse separato dall’altro. 

Se è così, ripartire dai territori più deboli è sia un imperativo etico-politico, sia una necessità economica, da cui dipende il futuro di tutto il Paese. 

Come indica la Banca d'Italia “appare del tutto velleitario l’obiettivo di uscire dal ristagno nazionale se non si abbatte prima il cronico sottoutilizzo nelle regioni meridionali”. Qui si fonda la necessità di una strategia di riforme nazionali che, per rispondere ai bisogni dell’intero Paese, li guardi a partire dai territori più deboli, anche dai tanti territori deboli presenti nelle aree del Centro e del Nord. Il Mezzogiorno come questione euro-mediterranea Il Mezzogiorno non è solo questione nazionale. È anche regione dell’Europa in un contesto mediterraneo in forte turbolenza e con grandi potenzialità, innanzitutto demografiche, di crescita. Mentre con le politiche di sviluppo e di coesione l’Europa ha raggiunto importanti livelli di convergenza dei propri territori, il Mezzogiorno non ha colto i risultati sperati. 

Certo, le risorse effettivamente investite rilevano: il volume annuo di risorse immesse dallo stato federale tedesco nelle aree della ex Germania est ammonta a più di 10 volte del volume delle risorse destinate dal nostro Paese al Mezzogiorno. 

Se si osserva la situazione economica e sociale della Grecia e della penisola iberica, la condizione del nostro Mezzogiorno, lo stallo dei rapporti tra l’Unione e la Turchia, appare evidente che mancano aree forti su cui poggiar la presenza mediterranea dell’Unione, proprio mentre nell’area si aggravano le tensioni antiche (conflitto israelo-palestinese), si incancreniscono comportamenti ambigui e ricattatori, si riaccendono focolai di conflitto religioso, insorgono instabilità, divampano rivolte dagli esiti imprevedibili. Dobbiamo lavorare perché, in quadro instabile e pieno di rischi, l’avvio di processi di convergenza e integrazione dei paesi del bacino del Mediterraneo possa rappresentare per il Sud una cruciale “rendita logistica e culturale”. Il Mezzogiorno può diventare, in virtù di questa sua collocazione, la più rilevante opportunità di rilancio per tutta l’economia italiana, per la prima volta nella storia moderna del nostro Paese. Negli ultimi 15 anni, il dato delle esportazioni meridionali mostra, come in termini aggregati, aumenti il peso di quelle verso il Mediterraneo, sino a sfiorare il 30% del totale dell’export meridionale extra Ue. Eppure, per mettere effettivamente a frutto quello che a oggi rimane un puro vantaggio potenziale, è indispensabile varare politiche in grado di riattivare processi di accumulazione e di dinamismo economico. Non è da sottovalutare la capacità del Mezzogiorno di assorbire, contaminare, ibridare i sistemi culturali a lei vicini. È un processo già avvenuto più volte nella storia di questi territori e che è necessario riproporre oggi, in un momento in cui sembra prevalere l’estremizzazione ideologica e religiosa dei conflitti. 

Il Mezzogiorno come questione meridionale 

Infine, il Mezzogiorno è un problema meridionale. Dobbiamo aprire, senza ipocrisie e omissioni, una riflessione rigorosa ed articolata sui risultati positivi e le carenze delle esperienze di governo, sulla scarsità di capitale sociale, sui meccanismi di formazione e selezione delle classi dirigenti, sul rapporto fra società, politica ed economia. Nella seconda metà degli anni novanta e sino ai primissimi anni del nuovo millennio la percezione collettiva e gli indicatori davano segnali contraddittori. Accanto alla crisi si affermano, infatti, anche nella percezione collettiva, risultati positivi. È il periodo in cui si avvia un deciso contrasto alla criminalità organizzata in risposta alla sua strategia stragista, accompagnato da una riscossa civile da parte di parti significative della popolazione meridionale. È il periodo in cui sorgono soggetti e personalità politiche esterne ed estranee ai sistemi consolidati di potere e non fondate sul voto di scambio e la intermediazione di flussi di risorse pubbliche. 

È la stagione dei sindaci. È il periodo in cui alcuni territori elaborano progetti di sviluppo locale, selezionano classi dirigenti di qualità, realizzano meccanismi efficaci di partenariato tra imprenditori, lavoratori e amministrazioni locali. Oggi questa stagione appare molto lontana. Il termine ‘Sud’ è tornato a evocare, in un certo immaginario collettivo, l’idea di spreco e malaffare. Il problema del Mezzogiorno come questione meridionale consiste soprattutto in una difficoltà di settori rilevanti della società meridionale a concepire la politica e le istituzioni come dimensioni volte all’affermazione di regole e interessi generali. Da parte sua, la classe dirigente meridionale, in stretto rapporto con la classe dirigente nazionale, si è prestata spesso al ruolo di semplice intermediario di risorse tra Stato e singoli territori e interessi. Aprire una discussione senza reticenze su questi temi all’interno della società meridionale è una condizione irrinunciabile perché il Mezzogiorno possa credibilmente tornare a essere una questione nazionale ed europea. È importante avviare una lettura critica ed autocritica da parte del centro-sinistra che ne è stato protagonista. Occorre evitare che una simile esperienza venga oggi azzerata senza una reale analisi dei punti deboli e dei punti forti emersi in questi ultimi dieci anni. 

A frenare il processo di sviluppo concorrono problemi di dimensione nazionale, che assumono per il Sud gravità del tutto particolare, a partire dall’incidenza della criminalità organizzata (su cui si rimanda al documento elaborato dai Forum Giustizia e Sicurezza). 

Ma al peggior andamento del Mezzogiorno ha concorso anche una drastica riduzione degli investimenti in conto capitale, assai inferiori alle cifre programmate e tali da non corrispondere neppure al “peso naturale” del Mezzogiorno. Di straordinaria gravità anche i tagli e i “dirottamenti” del FAS, che ormai hanno raggiunto i 28 mld di euro sottratti al Mezzogiorno. A deprimere l’efficacia della complessiva politica regionale, nazionale e comunitaria ha concorso poi la scarsa qualità complessiva degli interventi. 

La scelta della Nuova Programmazione di coinvolgere nei processi decisionali le classe dirigenti locali a tutti i livelli, volta ad accrescere il capitale sociale dell’area, non è riuscita ad intaccare le rendite associate all’ “intermediazione” politica esercitata in ogni ambito istituzionale, finendo per essere essa stessa motivo del fallimento delle politiche di sviluppo e favorendo il sottrarsi alle loro responsabilità delle Amministrazioni centrali.

La responsabilità affidata alle Regioni nella conduzione della politica di coesione non è riuscita a impedire una dispersione e frammentazione degli interventi. Anche gli interventi a gestione centrale hanno manifestato scarsa efficacia. In termini di capacità di spesa, gli interventi centrali hanno avuto la stessa (scarsa) efficienza di quelli regionali. La svolta può venire solo ricostruendo un sistema di istituzioni e rappresentanze politiche, economiche e sociali che lavorino a vantaggio degli interessi generali dal livello territoriale e regionale, perché nessuna tecnostruttura nazionale potrà mai essere un’efficace sostituto del buon governo locale. Si tratta, altre parole, di progettare istituzioni di tipo autenticamente federale che si affianchino ai poteri locali e diffondano le “migliori pratiche” nelle politiche ordinarie come in quelle aggiuntive. Ad esempio, il “patto di convergenza”, previsto nella legge delega sul federalismo, per il raggiungimento degli obiettivi di servizio in tutti gli ambiti essenziali di welfare e al contributo all’infrastrutturazione del Mezzogiorno da parte dei grandi concessionari di servizi pubblici: due vincoli di legge che, negli anni del Governo Berlusconi, sono stati totalmente disattesi. 

Il Piano Sud del governo 

Il governo penalizza, anche nella componente della spesa ordinaria, il Sud e le sue istituzioni locali. I dati sulla spesa pubblica territorializzata sono chiari. Anas, Ferrovie dello Stato ed Enel hanno praticamente abbandonato il Sud. Il Piano Sud presentato dal Governo, dopo due anni di annunci e di rinvii, non contiene un euro di risorse aggiuntive, anzi nasconde una ulteriore riduzione dello stanziamento complessivo. Infatti, con singolare coincidenza, mentre si annunciava il Piano, il Cipe definiva un ulteriore taglio di circa 5 miliardi dal FAS e un dimezzamento dei fondi per la Banda Larga (una delle priorità del Piano!). Le risorse oggi complessivamente disponibili sono, per una parte, provenienti da residui non spesi della programmazione 2000-2006 e, per il resto, da ciò che è rimasto dopo i significativi tagli degli ultimi anni della programmazione 2007-2013. Non un euro in più di competenza, senza considerare che la disponibilità di cassa è inferiore a quanto necessario ai rimborsi dei progetti già partiti. In tale quadro, appaiono paradossali gli annunci di 100 miliardi di euro per il Sud. In realtà, possiamo valutare un totale di risorse disponibili di circa 75 miliardi di euro: circa 15 miliardi relativi a soldi non spesi nel 2000-2006, 20 miliardi del FAS regionale 2007-2013 e 40 miliardi dei fondi strutturali 2007-2013. 

In sintesi, il Piano Sud del governo è propaganda fatta per nascondere il più totale immobilismo e i tagli. La posizione del PD Il Mezzogiorno ha in primo luogo necessità di una stagione di riforme nazionali per aggredire i mali nazionali che frenano da venti anni la produttività e la crescita del Paese. 

Per tali riforme, rinviamo ai documenti programmatici tematici approvati dall’Assemblea Nazionale. 
Qui ci limitiamo indicare priorità specifiche. Occorre anzitutto rilanciare una seria strategia di investimenti pubblici produttivi. 

Condizione essenziale è il reintegro della dotazione nazionale del FAS, prosciugata per ragioni che nulla hanno a che fare con le politiche di convergenza. I fondi vanno concentrati su alcuni interventi mirati. Le azioni da porre in essere devono coinvolgere non solo i territori del Mezzogiorno, ma l’assetto economico ed infrastrutturale dell’intero Paese. 

Le grandi società pubbliche come Anas, Ferrovie dello Stato e Enel vanno impegnate ad aumentare significativamente i loro investimenti nel Mezzogiorno. Particolarmente urgente appare lo sviluppo di una rete stradale e ferroviaria oggi drammaticamente abbandonate da Salerno in giù. L’azione pubblica di sviluppo nel Mezzogiorno deve poi porre di nuovo al centro l’impresa. L'obiettivo deve essere quello di stimolare cospicui capitali privati attraverso un sistema fiscale agevolato. Una politica industriale per il Paese che punti sulle aree a maggiore potenzialità di crescita E’ quanto mai opportuno per il Mezzogiorno il ritorno in campo di una politica industriale, perché l’industria è la via maestra per formare risorse manageriali, tecnologiche ed organizzative in grado di trasmettersi nella società circostante, alimentando processi innovativi. Oltre alle riforme di portata nazionale, è necessario rilanciare anche strumenti, quali i contratti di programma, che siano in grado di una funzione di indirizzo selettivo, nella direzione di un mutamento del mix produttivo del sistema industriale meridionale a favore di iniziative più innovative e con effetti propulsivi e duraturi sui sistemi locali. 

Ciò richiede l’identificazione all’interno dei piani nazionali di sviluppo industriale di alcune aree produttive che abbiano particolare potenzialità di sviluppo nelle regioni del Mezzogiorno, facendo leva anche su poli di eccellenza già esistenti: dall’aeronautica all’aerospazio, ad alcun comparti dell’agricoltura di qualità, alle biotecnologie, alla microelettronica, alla logistica. Tali progetti dovranno inoltre fare leva su forme di partnership tra imprese, Università e centri di ricerca pubblici e privati. In ambito ambientale, per cogliere le nuove opportunità, va impostato un piano industriale incardinato sulla filiera della fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, sul recupero dei rifiuti, sulla realizzazione delle infrastrutture ferroviarie, portuali e idriche, sulla manutenzione e la messa in sicurezza del territorio. 

Più in generale, rilevanti opportunità di lavoro e impresa possono derivare dalla tutela e la valorizzazione delle coste, del paesaggio e dei parchi, dall’agroalimentare di qualità, tutti settori che qualificano e rilanciano il turismo e il commercio. In tale contesto, vanno pienamente ripristinati il credito d'imposta per l'occupazione, il credito d'imposta per gli investimenti e le Zone Franche Urbane. Il pieno esercizio dei diritti di cittadinanza Lo sviluppo concreto dei diritti di cittadinanza è la chiave fondamentale per mobilitare le risorse del Mezzogiorno. Occorre partire dalla considerazione che dove sta bene un cittadino sta bene anche un’impresa. Ancora oggi al cittadino del Sud non sono pienamente assicurati diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia. 

Si tratta di carenze di servizio che si riflettono sulla vita dei cittadini, ma che condizionano decisamente anche le prospettive di crescita economica, perché scoraggiano l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali. Qualità della vita e dei servizi significa anche migliore capacità di produrre reddito. In tale ottica occorre avere ben presente che gli interventi per la modernizzazione del paese (liberalizzazioni, riforme del sistema di welfare, un fisco più equo e orientato allo sviluppo) sono di per sé politica meridionalista. 

E’ dunque anche in questi ambiti, non propri della tradizionale politica regionale di sviluppo, che si giocano molte delle chance di conseguire nei prossimi anni risultati tangibili in termini di qualità delle condizioni di vita e, per questa via, in termini di sviluppo economico. Una politica per le nuove generazioni e per le donne. C’è una generazione di giovani meridionali, che hanno raggiunto notevoli livelli di formazione, a cui è essenziale dare risposte in termini di opportunità di impiego e di realizzazione individuale. Intorno a questa grande risorsa, sempre più scarsa in un Continente che invecchia sempre più velocemente, vanno costruiti progetti di intervento in grado di aumentare la qualità dell’istruzione, di accompagnare i giovani nella difficile fase di accesso al lavoro, di offrire loro adeguati sistemi di formazione fuori e dentro le aziende, anche perché dobbiamo impedire che continui l’esodo verso il Nord dei giovani laureati del Mezzogiorno. 

La diffusione di cultura e istruzione rappresenta senz’altro il migliore investimento per realizzare una società più equa, democratica e quindi anche più sicura. La diffusione di una maggiore formazione scolastica crea però anche la legittima aspettativa che l’ investimento formativo trovi concreto rendimento in posizione lavorative adeguate. La difficile fase economica e l’assenza di mobilità sociale, bloccata dalla difesa dei privilegi delle diverse categorie professionali, che tendono a trasmettersi di padre in figlio, rendono la dicotomia tra aspettative e opportunità troppo grande. Tra le ragioni della minore competitività del Sud vi è una quota di dispersione scolastica ancora più alta in quest’area del Paese. I persistenti divari tra nord e sud del Paese nei livelli di istruzione si spiegano anche con il fatto nel mezzogiorno sono pochissimi i posti al nido e una rarità il tempo pieno nella scuola primaria. Occorre un piano straordinario per l’edilizia scolastica, che preveda la manutenzione, la messa in sicurezza degli edifici scolastici e l’edificazione di nuove scuole. 

Occorre escludere dal patto di stabilità le spese per l’edilizia scolastica, come più volte sollecitato dal PD in Parlamento. Lo snellimento delle procedure per reperire, liquidare e spendere le risorse, l’apertura di nuovi cantieri per la messa a norma e la ristrutturazione degli istituti scolastici esistenti, oltre che l’edificazione di nuove scuole, permetterebbero anche di dare avvio a centinaia di nuovi cantieri, con un impatto positivo sull’economia e l’occupazione. Bisogna poi considerare che, se c’è una questione femminile nel nostro Paese (come denunciano tutti i dati sul mercato del lavoro), questa è essenzialmente una questione meridionale: al Sud, meno di una donna su tre lavora ufficialmente; una ragazza su tre, tra i 15 e i 29 anni, è fuori sia dal mercato del lavoro che dal sistema formativo. 

Con la crisi, il calo della componente femminile dell’occupazione, pur non raggiungendo l’intensità di quello giovanile, emerge in tutta la sua drammaticità se letto insieme ai dati strutturali del mercato del lavoro relativi alla disoccupazione e alla inattività femminile. La già modesta quota di donne meridionali con un’occupazione si è ridotta, ma soprattutto si sono inesorabilmente chiuse le porte di accesso al lavoro per le giovani del Sud, nonostante gli elevati tassi di scolarità e il potenziale valore aggiunto della componente femminile in settori nuovi e strategici. Il basso livello di attività e di occupazione femminile è tra le cause principali della debolezza dell’economia meridionale. 

Se è vero che la struttura sociale (e istituzionale) del Mezzogiorno tende a consolidare e riproporre un ruolo marginale delle donne, è vero anche l’esatto l’inverso: proprio questa condizione delle donne è tra i fattori determinanti della situazione economica del Sud. Tuttavia, sfuggono a questo circolo vizioso un numero sempre crescente di donne, che si vanno affermando nel mondo delle professioni liberali, nel mondo della scuola (le insegnanti protagoniste della stagione di lotta alle “riforme” Gelmini), nel terzo settore, nell’industria culturale, nel mondo dell’arte. Questi segnali indicano che il processo di affermazione economica e sociale della donna anche nel Mezzogiorno è in movimento. L’inadeguatezza del sistema di welfare continua però a gravare sulla condizione delle donne meridionali, determinando conseguenze sul piano individuale, sociale e demografico. 

Compito di una nuova politica per il Mezzogiorno è quello di rimuovere questo handicap, che penalizza le donne e l’intera economia meridionale. L’attuazione del federalismo fiscale È interesse del Mezzogiorno perseguire l’attuazione di un federalismo responsabile. Ciò sarà possibile, tuttavia, solo se l’attuazione del federalismo fiscale non diventi la bandiera di una parte politica, per di più territorializzata nel solo Nord, ma diventi l’occasione per un nuovo patto storico fra Nord e Sud, e non per perseguire inutili e dannose politiche “punitive” nei confronti delle aree più deboli del nostro Paese. I principi del nuovo “patto” sono scritti nella legge 42 del 2009: costi standard, e cioè efficienza, un obiettivo che garantisce in primo luogo i cittadini del Mezzogiorno, che subiscono una pressione fiscale simile a quella del Nord e hanno il diritto di essere amministrati da Comuni, Province e Regioni capaci di perseguire l’efficienza e utilizzare al meglio i soldi delle loro tasse (comprese quelle locali, più alte al Sud rispetto al Nord); garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni nei servizi fondamentali di welfare (sanità, assistenza, istruzione, funzioni fondamentali di Comuni e Province); fondi perequativi di carattere verticale, e cioè garantiti dallo Stato, e non orizzontali, in cui i più ricchi fanno carità ai più poveri. 

Fino ad oggi, però, il Governo di centrodestra a trazione leghista si è rivelato incapace di attuare in modo conseguente questi principi. Prevale la volontà leghista di portare a casa qualsiasi testo di decreto attuativo, senza curarsi della sostenibilità nel tempo delle soluzioni avanzate. Come nel caso del decreto sul fisco comunale, in cui le soluzioni proposte avvantaggiano non solo il Nord al confronto del Sud, ma anche, all’interno del Nord e del Sud, i grandi Comuni al confronto con i piccoli, e in cui i fondi perequativi hanno natura orizzontale e non verticale. 

Non è in vista alcuna semplificazione del barocco sistema multilivello delle pubbliche amministrazioni del paese, il quale in termini di appesantimento burocratico e di costi di intermediazione grava in modo particolare sul Mezzogiorno. Non si è prodotto alcunché sui compiti di nuove istituzioni federali, le quali potrebbero essere invece di grande aiuto proprio ai territori più svantaggiati nei processi di convergenza ai costi standard e ai livelli essenziali delle prestazioni. Il federalismo non può essere fatto solo di rigore e carità (chiamati rispettivamente costi standard e perequazione). Va ribadito che tutte le analisi basate sui residui fiscali ignorano che la Costituzione parla di tassazione progressiva e che quindi è scontato che il residuo sia là dove è la ricchezza, che costi standard non correlati a infrastrutturazioni equivalenti generano situazioni ingovernabili, che maggiori costi indicano non necessariamente inefficienza, ma dotazioni tecnologiche insufficienti. Occorre che si riapra una stagione di confronto positivo sui principi e sui meccanismi del federalismo, perché questo possa effettivamente perseguire l’obiettivo di assicurare contestualmente cittadinanza nazionale (e quindi livelli essenziali di servizi ben definiti per i fabbisogni effettivamente presenti) e responsabilità territoriale (con concentrazione e specializzazione degli ulteriori livelli di servizio). 

La questione democratica nel Mezzogiorno 

Non si possono affrontare i termini fondamentali della questione meridionale senza interrogarsi sull’organizzazione e sulla qualità della democrazia nel Mezzogiorno. Nessuna politica nazionale per il Sud può essere credibile se si fonda solo su elementi economici e finanziari, senza avere il suo secondo pilastro, non meno essenziale, in un progetto di riqualificazione del tessuto civile e sociale del Mezzogiorno. Questo processo non può che passare attraverso il superamento di quella vera e propria desertificazione dei corpi intermedi della società meridionale che si è accentuata negli ultimi decenni. Il deperimento dei partiti politici e dei corpi sociali intermedi ha segnato il Mezzogiorno in maniera ancora più accentuata del resto del Paese. Si tratta certo di un processo che negli ultimi decenni ha segnato l’intero Paese. Ma l’indebolimento del tessuto organizzativo, la dipendenza in termini politici, di risorse e di personale dai centri di potere istituzionale, l’affermarsi di una personalizzazione e di una correntizzazione esasperata sono tendenze che nella realtà meridionale hanno trovato resistenze ancora più deboli che altrove e hanno inciso più gravemente su un tessuto sociale più debole. 

Una doppia illusione ha caratterizzato anche il centro-sinistra a partire dagli anni novanta. La prima è consistita nell’idea che la crisi della classe dirigente dei partiti di governo della “Prima Repubblica” avrebbe automaticamente prodotto il fiorire delle energie sane della società civile meridionale, fino a quel momento schiacciate dal peso del clientelismo e dell’intermediazione politica. La seconda ha riguardato la convinzione che la rigenerazione di un tessuto civile e partecipativo non richiedesse affatto la ricostruzione di soggetti politici collettivi e di enti associativi intermedi, ma potesse affidarsi unicamente alla demiurgica azione di rinnovamento delle singole esperienze amministrative, affermatesi a partire dai primi anni novanta con il crollo del vecchio sistema politico e l’elezione diretta dei vertici istituzionali. 

Al di là dei risultati amministrativi indubbiamente positivi ottenuti da alcune di queste esperienze, questa impostazione ha manifestato, già a partire dai primi anni duemila, due limiti piuttosto seri. In primo luogo, l’assenza di partiti privi della forza politica e dell’autonomia di elaborazione necessari per coordinare e indirizzare l’azione degli amministratori locali ha acuito quel carattere di frammentarietà, di dispersione e di estemporaneità che spesso ha segnato l’utilizzo delle risorse pubbliche nell’ultimo quindicennio. In secondo luogo, è venuta meno una funzione essenziale di selezione e di promozione delle classi dirigenti, con il risultato che anche diverse esperienze di governo locale cominciate in modo positivo non hanno poi avuto continuità proprio per l’assenza di meccanismi ricambio in grado di impedire l’affermarsi di affiliazioni puramente personalistiche. 

L’assenza di opportunità per i giovani, anche se qualificati e meritevoli, che costituisce il dramma del mercato del lavoro nel Mezzogiorno, riguarda così oggi, in maniera non meno accentuata, la condizione di quella parte delle giovani generazioni meridionali che, mossa da passione politica e civile, vorrebbe misurarsi con forme di impegno e di protagonismo al servizio proprio territorio. E si può davvero credibilmente pensare a una riscossa civile del Mezzogiorno senza il diretto protagonismo di una parte almeno di questa nuova generazione e del bagaglio di esperienze che essa reca con sé (formazione avanzata, periodi di studio o lavoro all’estero, conoscenza delle “buone pratiche” osservate durante questi periodi, relazioni oltre l’ambito locale)? 

Il PD scommette sulla costruzione di un moderno partito inteso come soggetto collettivo, candidandosi a essere il motore di una ricostruzione del tessuto democratico e partecipativo della società meridionale, senza il quale è impensabile riqualificare il ruolo della politica e promuovere una nuova classe dirigente. Per fare questo, non può che partire da se stesso, con un forte investimento del partito nazionale sull’organizzazione e sul radicamento delle strutture territoriali meridionali, sul sostegno alla loro attività di elaborazione e proposta, sulla loro capacità di porsi come punto di riferimento di una nuova generazione. In quest’ottica, il rilancio della funzione del partito nelle regioni meridionali diventa un banco di prova concreto della credibilità di una nuova stagione di politiche per il Mezzogiorno e della volontà di riaffermare la questione meridionale come cruciale questione nazionale.
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commenti

#2  marcello zoffoli, 22/2/2011

Il mezzogiorno è un problema da troppi anni per non pensare che si è fortemente voluto che fosse un problema: ciò giustificava leggi ad hoc, interventi speciali, e, conseguentemente, spreco di risorse... e assenza di soluzioni reali. un problema reale del sud ma non solo del sud è quello dei territori rurali e urbani abbandonati. In un momento di crisi economica che è destinata a durare nel tempo è forse opportuno chiedersi cosa si può fare di innovativo per venirne a capo in un’ottica che sia di sviluppo e anche di intervento sociale. Da molti anni si parla del fenomeno dell’abbandono delle campagne per cui vasti territori non sono più coltivati e tantomeno curati dai legittimi proprietari che hanno preferito trasferirsi in città o non hanno più le risorse per farlo: coltivare e curare un terreno costa in termini di fatica e di denaro. Inoltre le proprietà in questione sono anche un peso economico per il legittimo proprietario in termini di tasse da pagare e non producono reddito né per il proprietario né per la collettività. È giusto e/o opportuno lasciare le cose così come stanno o è possibile fare qualcosa di diverso? Si potrebbe, ad esempio, immaginare una soluzione del tipo che segue. Dopo N anni di abbandono si può pensare di: • lasciare la proprietà al legittimo proprietario • affidare la gestione ad un ente preposto alla gestione delle terre incolte • tramite questo ente creare delle estensioni territoriali coltivabili e/o sfruttabili in termini economici • costituire queste estensioni territoriali in aziende agricole da dare in gestione a nuove cooperative o aziende già esistenti anche a fronte di finanziamenti agevolati o altre previdenze • riconoscere ai proprietari dei singoli appezzamenti un reddito annuo equo (affitto delle terre) • prevedere un tempo minimo oltre il quale il proprietario può vendere l’appezzamento con diritto di prelazione per l’ente di gestione / azienda agricola Lo stesso discorso si può fare per le aree urbane / edifici abbandonati. Con un approccio di questo tipo, rispettoso dei principi di proprietà ma anche del valore sociale delle stesse, si ottengono almeno due risultati: • riduzione del degrado • sostegno ad uno sviluppo economico sano In sostanza si tratta di stabilire un principio ragionevole: la proprietà è legittima ma deve, possibilmente, rendere qualcosa per il proprietario e per la collettività. Se ciò non accade per un ragionevole numero di anni, la collettività si fa carico di aiutare il proprietario affidandone la gestione e i relativi oneri a qualcuno in grado di farlo, lasciando la proprietà al legittimo proprietario.

#1  Guido Orlandini, 9/2/2011

Cari amici, tutte ottime cose, ma gli Italiani hanno dimostrato più volte di non voler stare a sentire discorsi concreti ed articolati, ma bensì di amare slogan e formulette. Ridurrei il tutto a quattro o cinque concetti forti, lasciando il resto a disposizione di chi sarà chiamato a governare. Es: 1.Un nuovo patto generazionale, basta tasse per gli under 25 anni 2. Aiutiamo i nostri ragazzi: mutui a tasso agevolato per le giovani coppie 3. Manette agli evasori sopra i 100.000 € (1 giorno di carcere ogni 10.000 € evasi, oltre le sanzioni pecuniarie) 4. Basta col cumulo dei mandati elettivi 5. Divieto per i parlamentari nazionali e regionali di esercitare le libere professioni per la durata del loro mandato 6. Divieto per i pubblici funzionari di fare perizie e consulenze

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