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E’ tempo di una rivoluzione e di un patto tra capitale e lavoro

Italia: un paese fluttuante, marginale, diseguale e tendente al sottosviluppo. Mauro Magatti spiega perché

pubblicato il 2 ottobre 2010 , 1461 letture
Mauro Magatti è un professore che ama faric osservare quel che sta sotto i nostri occhi da un'angolatura diversa, e ci fa capire come in 30 anni sono successe cose che non abbiamo ancora capito. Come nelle regate, quando si gira la boa cambia tutto. La crisi è il giro di boa degli ultimi trenta anni dell’economia. Bisogna capire i grossi nodi che vengono al pettine. Magatti osserva che “nessuno sa in che direzione andremo e riusciremo ad andare.”
Il dato di partenza della sua lezione risiede nel fatto che c’è stata una grande trasformazione capitalistica. Weber direbbe che il processo di razionalizzazione ha fatto un salto dal livello dello stato nazione a quella mondiale. Dall’800 si è razionalizzata la fabbrica, poi la città, gli Stati nazione o in questi decenni il mondo.
Secondo elemento importante è il processo di smaterializzazione della produzione e la grossa riformulazione dei significato della produzione e del consumo. Questi trenta anni si possono capire solo con la comprensione dell’importanza della comunicazione, che definisce il senso della società e della produzione.
Magatti suggerisce di leggere Karl Polanyi, in particolare il libro “la grande trasformazione”, che racconta come questi salti si producono nella storia. Polanyi parla del disembedding. Esso consiste nella riorganizzazione della società che ha prodotto un disancoramento dei processi produttivi dai processi sociali e politici. Per Magatti “siamo indietro nell’organizzazione sociale e politica rispetto all’economia e ciò fa fluttuare la società e la politica, liberamente, ma indietro, sotto e in ritardo rispetto all’economia. Credevamo di essere liberi, pensavamo che ognuno avrebbe potuto fare quello che vuole.. Non è vero!” Invece nei passati trenta anni sono aumentate la disuguaglianza e la precarietà e nessuno se ne è accorto. “E’ incredibile. Ci è passato davanti un transatlantico e non ce ne siamo accorti.”
L’indice di Gini misura la diseguaglianza dei diversi paesi. L’Italia è messa male e sta in mezzo agli stati anglosassoni, tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che in questi anni sono stati la culla del pensiero economico internazionale. L’Europa invece sta meglio di essi perché ha pensato di più alla protezione sociale.
Per Magatti “ci troviamo di fronte al bisogno di ripensare l’economia. Che cos’è infatti la crescita in paesi e società in cui non c’è nuova domanda derivante dalla crescita demografica e in cui i bisogni primari sono soddisfatti? La risposta è stata trovata nella conquista dei nuovi mercati e nella creazione di nuovi desideri. Attraverso di essi si è creata nuova domanda.”
Va rilevato il fatto che la quota del valore dei redditi da lavoro sul totale del valore aggiunto prodotto dal paese è diminuito: nel complesso dal 68% al 58%, ma in Italia si è scesi fino al 53%. In Italia inoltre il livello dei salari è spesso molto più basso del livello dei salari degli altri paesi europei e dell’Ocse e c’è una probabilità del 50% che i figli non facciano il lavoro dei padri. Esiste cioè una forte elasticità. La mobilità in Italia è bloccata verso l’alto e se esiste i giovani vanno ad un livello di reddito più basso di quello dei loro genitori. C’è mobilità sociale in discesa! Su trenta paesi Ocse l’Italia, rispetto alla diseguaglianza complessiva interna, è in basso nella classifica, al sestultimo posto. Tale dato rende conto degli squilibri sociali che attraversano la nostra società.
Magatti osserva che “i dati dicono che i servizi pubblici sono poco influenti nel frenare la disuguaglianza in Italia e quindi la spesa pubblica è ininfluente. Un dato dell’Ires-Cgil pubblicato nei giorni scorsi deve farci riflettere e si commenta da solo. La variazione media annua dei profitti dagli anni 70-80 è del 5%, il lavoro ha avuto un aumento di un misero 1%. Ciò equivale a dire che in Italia i profitti generati dall’economia non sono distribuiti né ridistribuiti alla popolazione. Nel 1980 si investiva più dei profitti che l’azienda Italia metteva a segno. Oggi invece c’è una diminuzione del 38% e si è arrivati ad un livello di reinvestimento del 65% circa: c’è volontà di soldi, tanti e subito e ciò è dato solo dal puro investimento finanziario.” Nelle conclusioni il prof. Magatti evidenzia la situazione dell’Italia: “In Italia esiste un modello marginale. Marginale sia rispetto al modello europeo, sia a quello anglosassone. Prendiamo però il peggio di tutti e due. Stupisce il fatto che non c’è conflitto sociale e anche questo è passato sotto silenzio. Nessuno se ne è accorto. In altre parole il modello è teso allo sfruttamento dell’osso dell’Italia ed è tendente al sottosviluppo. Il paese è ancora ricco da generare ricchezza, ma questa è riversata ad altri soggetti e luoghi che non generano altra utilità sociale. Parallelamente a questo la spesa pubblica è troppo forte e non riesce comunque a tamponare i problemi. E’ tempo di una rivoluzione e di un patto tra capitale e lavoro.”

Giuseppe Ventre
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