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Precarizziamo gli anziani?

Le ragioni dell'immobilità sociale secondo Miguel Gotor

pubblicato il 2 ottobre 2010 , 1881 letture
C’è il lavoro in un racconto a Cortona. Lo fa Miguel Gotor che ci racconta la storia di una sua compagna di studi, Federica, che la vocazione dell’insegnante è laureata in pedagogia, vince un concorso di dottorato. Studia con Gotor e insieme fanno a metà degli anni ’90 il concorso per provare a vincere il posto da insegnante “è stata una delle esperienze più frustranti della mia vita – racconta Gotor – nessun giornalista d’inchiesta ha raccontato quel pezzo d’Italia reale che tenta di vincere un posto. Federica ha la sfortuna di non superare il concorso e si iscrive a scienze della formazione perché vuole insegnare. Prende una seconda laurea perché regalava l’abilitazione automatica. A 39 anni con 2 lauree e un dottorato di ricerca è entrata in lista per poter insegnare alle elementari. Abbiamo investito su Federica migliaia di euro in formazione, una delle insegnanti elementari più formate a livello mondiale! Vi racconto questa storia perché la mamma di Federica merita di essere raccontata: oggi ha 64 anni e a 39 è andata in pensione. E’ una baby pensionata con 19 anni 6 mesi e 1 giorni di insegnamento, che cominciò con chiamata diretta, e noi come Stato la stiamo mantenendo da quando ne aveva 39. E’ un paradosso: la figlia comincia a lavorare nella stessa età in cui la madre è andata in pensione, non è una caricatura. Paghiamo noi, Federica e io, l’impegno professionale della mamma, paghiamo la sua condizione di non lavoro e ora riempie il bacino del lavoro nero facendo l’antiquaria come lavorando in una casa editrice.
Ci racconta poi la storia di Gabriele, che frequenta un liceo pubblico a Torino, fa un dottorato, scrive un libro di 400 pagine dalla ricerca di dottorato sulla moneta nell’età classica. Ma “il sistema italiano dopo averlo formato con altissimi livelli e investendo decine di migliaia di euro non è in grado di assorbire quella ricchezza, gli chiude la porta, non l’assorbe. Se ne va in Germania, ottiene una borsa di studio è l’ennesimo cervello in fuga”. Gotor si ferma: “I cervelli in fuga sono accompagnati dalla retorica del ritorno, ma i nostri talenti si fanno strada nelle università di tutto il mondo. Ma questi talenti qualcuno li avrà pure formati no? E’ stata quella scuola italiana ma nel linguaggio pubblico corrente delle agenzie formative il risultato è di una semplicità disarmante: la scuola è allo sbando, i prof. universitari sono una manica di fannulloni o corrotti. L’Italia alla deriva”.
Se ci pensiamo è una contraddizione logica, il problema non è la formazione ma l’assorbimento. I problemi sono di lungo periodo e sono quelli dell’organizzazione del lavoro in Italia.
Gotor è uno storico e dà le colpe al carattere corporativo e familistico (con la famiglia che ha un ruolo di mediazione e assorbimento dei conflitti) dell’organizzazione del lavoro e dello stato sociale. Ma così “non si riesce a reggere il modello della competizione: non basta la pensione del nonno, l’aiutino dei genitori a darci grinta e speranze per inserirsi in modo competitivo e aggressivo nel mondo del lavoro. Certo c’è un conflitto latente tra vecchi e giovani, una tensione di generazioni che non trova le forme per manifestarsi. I figli del baby boom se appartengono alla media borghesia arginano le difficoltà, se sono di ceti più bassi in questo contesto sono spappolati, vengono messi fuori. La linea di confine è fatta di muri veri tra fuori e dentro. Discutiamo di una questione democratica perché ci sono privilegi con una connotazione classista che privilegia chi ha rendite o mezzi, chi non ce li ha non ci riesce e finisce in un processo di proletarizzazione del ceto medio, che inoltre crea nuove povertà, con un tipo di lavoro che è sporco e nero, dove i diritti dei lavoratori vengono contratti. E poi si ha quasi l’impossibilità di un’ascesa di carattere sociale, siamo la prima generazione che avrà condizioni peggiori dei padri perché il riformismo non riesce ad esprimersi”. E’ un passaggio cruciale Gotor spiega come al termine riforme in tutta Europa è stato associato il concetto di apertura: di diritti individuali come il divorzio, diritti collettivi come sul lavoro, di speranze. Riforma era concessione in termini di qualità della vita. C’era un nesso tra riforme e positività, ma oggi tutti i partiti si dicono riformatori e vorrebbero imporre una politica di riforme. Qual è l’anello che non tiene? Queste riforme sono legate a una visione cupa, pessimistica, che vuole contrarre gli spazi di libertà.
Ci sono4 motivi per cui accade ciò secondo lo storico: “Pensiamo alla riforma universitaria che adesso mette all’indice e al dileggio il mondo dell’università. Che bisogna fare? Stabilizziamo i giovani e precarizziamo gli anziani. C’è stata una proposta bipartisan, della Gelmini e del PD di questo tipo perché oggi i professori italiani sono tra quelli che vanno in pensione più tardi, a 72 anni. Nei sistemi di capitalismo maturo vanno in pensione a 65. Quei 7 anni in più li togliamo a Federica, inserirci i giovani rende il sistema dinamico. Non dico che devono andare ai giardinetti, applichiamo i criteri di valutazione e meritocrazia non solo ai 25enni ma anche ai 72enni. Chi vuol restare a insegnare, seguire i dottorandi per dargli forza ben venga, riceva un contratto e viva l’esperienza della flessibilità. Invece adesso la Gelmini precarizza il ruolo del ricercatore, agli aspiranti studiosi si faranno contratti di 3 anni più 2.Ma alle spalle i ricercatori hanno già15 anni di lavoro. Allora al primo punto lavoriamo sulla mobilità sociale altrimenti il demiurgo comico Beppe Grillo, funzionale al comico serio Silvio Berlusconi, accresce i bacilli dell’antipolitica, l’idea della semplificazione che fa risolvere tutto a un uomo solo. E la politica si autocritica, così i giovani politici parlano solo di “fanno tutti schifo, sono attaccati alla colla” e mentre lo dicono i loro baffi sono già sporchi di colla…”. Per Gotor “la flessibilità non deve diventare l’angoscia del precariato o si perde dal punto di vista della riqualificazione della politica. insegno a Scienze della Formazione che ha grande successo perché è una delle poche realtà umanistiche che dà lavoro. I nostri ragazzi sono già organizzati in cooperative che danno assistenza e sfuggono alle categorie precise: hanno la partita IVA, sono dipendenti ma senza il sindacato tradizionale. Sono tantissimi, bisognerà trovare un modo per evitare che tra un lavoro e l’altro per loro ci sia il vuoto. Dobbiamo costruire passerelle per loro. Il tema della flessibilità ha provocato anche un surplus nelle tasche degli imprenditori non reinvestito, aumentando i profitti, e non ha prodotto un lavoro di qualità migliore. Pensate al mondo dell’editoria: una rivoluzione tecnologica ha reso la fattura di un libro un costo infinitamente più basso: sono scomparsi i correttori di bozze, si è facilitata la comunicazione lavorando in PDF, ma il costo dei libri non è diminuito in 15 anni. Le case editrici affidano tutto a service esterni con rapporti virtuali, liquidi. Lavori 6 mesi con un editor intelligentissimo con 7 anni meno di me e capisci che è alienato, lo conosci e scopri forme contrattuali con carattere servile. Naturalmente il prodotto diventa scadente”.

Il terzo problema che richiama è l’esistenza degli ordini professionali: “Bisognerà avere il coraggio di procedere alla liberalizzazione delle organizzazioni che fissano tariffe, criteri di accesso, patentini. E’ curioso che agli out out della globalizzazione sono sottoposti solo gli operai, mentre altri tipi di lavoratori si sono avvantaggiati o non hanno avuto difficoltà come i notai, gli avvocati, i docenti. L’identità nazionale si è definita nell’erigere frontiere nei confronti degli immigrati. E intanto abbiamo a Roma lo stesso numero di avvocati che nell’intera Francia, la riforma della giustizia e la sua lentezza non dipendono da questo. Le procedure notarili in parte in altri paesi sono fatte dai tabaccai, non nel Burundi ma in Spagna. Infine c’è la questione del lavoro degli immigrati, del non cittadino. Capisco che possa dare problemi di consenso ma assistiamo allo scandalo di lavoratori regolari che da 20 anni pagano le tasse e hanno esercizi professionali in regola, mandano i figli a scuola. E non votano, non sono cittadini. Su questo abbiamo il dovere di fare un’alleanza costituzionale che sfidi l’opinione pubblica e cerchi il consenso. E’ indegno che il marocchino con la kebabberia paga le tasse alla mamma della mia amica e non può neanche esprimersi a livello comunale sulla raccolta dell’immondizia per la quale paga le tasse. L’unica strada allora è riqualificare la politica, e lo si fa con percorsi di formazione come questo”.
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