Proposta programmatica

Dalla crisi si esce con più Europa

Proposta approvata dall'Assemblea nazionale Roma 2010 - Pd Open

pubblicato il 21 maggio 2010 , 15514 letture
Europa
Da cinquant’anni l’integrazione europea è il motore dell’Europa che ha così conosciuto il più lungo periodo di pace della sua storia e una prosperità economica che nessun paese europeo da solo avrebbe probabilmente avuto. Non a caso, nata dalla adesione di 6 paesi, la comunità europea si è via via allargata a 9, 12, 15, 25, 27 e almeno altri 10 stati chiedono oggi di aderirvi. E, tuttavia, come accade a chi giunto a 50 anni si interroga su cosa sarà la seconda parte della sua vita, anche l’Unione Europea è a un bivio. E’ un’Europa percorsa da inquietudini, che la crisi ha ulteriormente accentuato e diffuso. Se per mezzo secolo stare nell’integrazione europea è stato considerato dalla maggioranza dei cittadini europei un’opportunità, un vantaggio, un plus, invece oggi una parte di opinione pubblica guarda all’Unione Europea come ad un rischio, un vincolo impeditivo, una riduzione di opportunità. Quel che fa paura a molti è “la globalizzazione sull’uscio di casa”: la concorrenza dei paesi emergenti che insidia le competitività delle imprese – in primo luogo delle piccole e medie - dei paesi industrializzati; i più alti flussi di immigrazione che suscitano in molti un sentimento di insicurezza; le maggiori incertezze di reddito e di lavoro conseguenti alla bassa crescita; le maggiori insicurezze a cui sono esposti i figli nella società liquida di oggi. E di ogni inquietudine e paura si addossa la responsabilità all’Europa. Atteggiamento favorito e promosso dalle forze populiste e di destra – anche in Italia è così - che sull’antieuropeismo e sull’euroscetticismo hanno fondato la crescita del loro consenso. Addossare ogni responsabilità all’Europa, è una lettura sbagliata della realtà. Non è mettendo in discussione l’Unione Europea o ridimensionandone le ambizioni che i cittadini europei saranno più al sicuro. Proprio la crisi finanziaria di questi mesi ha dimostrato l’importanza di avere una casa europea. Un’Europa integrata è un fattore di stabilità e di sicurezza. Ed è più a rischio chi si chiude nella sola dimensione nazionale. In un mondo sempre più interdipendente e globale, nessuna nazione europea può pensare di farcela da sola.

L’Unione europea è a un bivio: o decide di spingersi con decisione sulla strada di una maggiore integrazione economica, sociale e politica, oppure rischia di andare incontro ad una progressiva marginalità politica e disgregazione economica. La prospettiva europea è peraltro anche l'unica capace di offrire un futuro di unità e di progresso alla nazione italiana ed al suo fragile organismo, che a centocinquant'anni dall'unificazione è sottoposto a tensioni sempre più laceranti e pericolose. Interesse nazionale italiano e interesse europeo coincidono: nell'epoca dell'interdipendenza la sovranità popolare si difende unificando la società civile del nostro continente e non moltiplicando le piccole patrie. Occorre essere protagonisti di uno sforzo coraggioso di definizione di una nuova governance europea capace di coniugare la stabilità con la crescita e la coesione. E’ responsabilità di tutte le forze politiche dare piena consapevolezza del valore dell’integrazione europea alle opinioni pubbliche. E noi del Partito Democratico sentiamo il dovere di combattere e contrastare le derive antieuropee e populiste a cui anche l’Italia rischia di essere esposta.

I. UN GOVERNO ECONOMICO EUROPEO La costruzione di un “governo economico europeo” è assolutamente indispensabile per difendere l’euro, ricominciare a crescere, creare occupazione e mettere al sicuro l’Unione e ogni suo paese da future crisi economico-finanziarie. Perché tale governance sia efficace occorre superare il semplice coordinamento delle politiche nazionali, oggi del tutto insufficiente. Oggi l’Europa è zoppa, con una moneta unica e un mercato unico, ma con politiche economiche, fiscali e sociali tarate sulla sola dimensione nazionale. Così l’Europa non può tenere il ritmo del nuovo mondo globale e rischia anche di compromettere quanto realizzato negli ultimi 60 anni. La stessa richiesta di più stabilità e più controlli, che viene anzitutto dalla Germania, richiede un vero “governo economico comune” capace di intervenire su tre dimensioni: una gestione condivisa delle emergenze; una politica per la crescita, l'occupazione e l'inclusione sociale; la messa a punto di strumenti finanziari adeguati per sostenere la propria azione. Ed è in vista di questi obiettivi che indichiamo le proposte che seguono. 1. Costituire un Fondo Monetario Europeo.

La stabilizzazione dell'Euro con la proposta del Piano da 750 miliardi rappresenta un primo passo importante, soprattutto per la previsione di una tranche di 60 miliardi che potrà essere finanziata con emissione di titoli europei. Quel piano costituisce tuttavia un accordo ad hoc, in grandissima parte intergovernativo basato su prestiti bilaterali tra Stati - ed è una risposta d’emergenza. Serve uno strumento permanente di gestione delle crisi – il Fondo Monetario Europeo – che vigili sulla stabilità finanziaria, agisca da prestatore di ultima istanza e si autofinanzi tramite la sua attività di prestito. 2. Rafforzare e ampliare il Patto di stabilità e crescita Stabilità finanziaria e crescita costituiscono due dimensioni inscindibili. Servono maggiori controlli nelle politiche di bilancio e sanzioni più efficaci per chi vi deroga. Ma da sole non bastano e di per sé finirebbero per condannare l’Europa al ristagno. Vanno utilizzate anche politiche di correzione degli squilibri di competitività all’interno della zona euro e di sostegno della domanda interna. Essenziale per una vera e governata stabilità è la proposta del ‘semestre europeo’, nel quale, all’inizio di ogni anno, i paesi membri e la Commissione discutano delle principali scelte di bilancio nazionali, per sviluppare priorità comuni e azioni convergenti nei bilanci nazionali e europeo. E parallelamente proponiamo che il nuovo patto di stabilità e crescita assuma come parametri – accanto a deficit, debito pubblico e inflazione – anche i tassi di occupazione, produttività e inclusione sociale. 3. Far crescere l’Eurogruppo Occorrono nuove capacità decisionali comuni: rafforzamento istituzionale dell’Eurogruppo, ‘cooperazioni rafforzate’, più forte coordinamento delle politiche economiche nell’area dell’euro, rappresentanza unitaria della zona dell’euro nel G8, G20 e nelle istituzioni multilaterali. La creazione di un governo economico europeo richiede anche un'adeguata innovazione istituzionale, che punti a rafforzare l'integrazione tra la sua dimensione comunitaria e quella intergovernativa. Per questo, sul modello dell'Alto Rappresentante per la politica estera, proponiamo di affidare un "doppio cappello" al Commissario per gli affari economici e monetari, che svolgerebbe così le funzioni di vicepresidente della Commissione europea e di Presidente dell'Ecofin e dell'Eurogruppo, sulla base delle indicazioni provenienti dalla "commissione speciale crisi" del Parlamento europeo. 4. Lanciare un Piano Europeo per il lavoro e la società della conoscenza La più efficace terapia per risanare i conti pubblici é tornare a crescere. Una strategia che deve passare innanzi tutto attraverso lo sviluppo del sistema produttivo e del mercato interno europeo. Abbiamo bisogno di nuovi investimenti a lungo termine in aree come le infrastrutture europee (anche immateriali come la digitalizzazione e la banda ultralarga), l’energia, la difesa e valorizzazione dell’ambiente, la ricerca, la protezione della salute. Proposte contenute anche nel recente Rapporto Monti sul mercato unico europeo e nella nuova Strategia Europa 2020 con cui realizzare obiettivi strategici quali l'innalzamento della partecipazione al mercato del lavoro - in particolare di giovani e donne - la riduzione della disoccupazione strutturale, la creazione di occupazione di qualità attraverso la formazione continua, la valorizzazione del capitale umano, l'aumento verso il 3% del PIL degli investimenti in istruzione e ricerca. E’ altresì urgente attuare il quadro europeo del riconoscimento reciproco delle qualifiche professionali, considerando che oggi la mobilità dei lavoratori all'interno dell'Ue è al di sotto del 3%. 5. Creare nuove fonti di finanziamento dei beni pubblici europei: infrastrutture, energia e ambiente, ricerca La ineludibile riduzione della spesa pubblica nazionale dovrà necessariamente accompagnarsi a un aumento del bilancio europeo e delle spese comuni per investimenti. Per questo va rivista la struttura del bilancio comunitario, che risente troppo del peso del passato. L'obiettivo strategico é una ridefinizione delle prospettive finanziarie dell'Unione e del bilancio comunitario che porti il bilancio al 2% del PIL. Parallelamente, occorre finanziare investimenti in beni pubblici europei, attraverso l'emissione di Eurobond, e proporre nuovi modelli di finanziamento come i partenariati pubblico-privato, prestiti e garanzie della Banca Europea degli Investimenti e della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. 6. Completare il mercato interno, anche sul piano del coordinamento fiscale e del nuovo regime di regolazione e vigilanza di tutti i mercati finanziari europei Il mercato unico va ulteriormente sviluppato e completato in molti comparti a partire dai servizi sia per le imprese sia al consumo. Il percorso di completamento del mercato unico deve proseguire nella direzione indicata nella Relazione Monti, in particolare per quanto riguarda la legislazione in materia di azione collettiva a difesa dei consumatori, di accesso ai servizi bancari di base, lo statuto e il regime per le piccole e medie aziende, l'armonizzazione della tassazione sulle imprese attraverso l'introduzione di una base imponibile consolidata comune per evitare dumping sociale e delocalizzazioni strumentali, un'armonizzazione dell'IVA che riduca l'impatto sul lavoro delle politiche fiscali nazionali.

Va finalmente avviato un vero coordinamento fiscale per evitare la deleteria concorrenza fiscale tra paesi e applicare a tutti i mercati finanziari, bancari e assicurativi nuovi meccanismi di regolazione e vigilanza comuni, sanzionando duramente tutti gli abusi. Dobbiamo lottare contro le speculazioni finanziarie sostenendo a livello europeo e globale (G 20) tassazioni sulle transazioni più rischiose. 7. Un Autorità europea unica responsabile della vigilanza dei mercati finanziari Tra le cause della crisi c’é sicuramente una dannosa deregulation, finanziaria e creditizia, che ha caratterizzato i mercati nell'ultimo decennio combinata con l'incapacità dell'industria bancaria di sapersi autoregolamentare. Per questo è fondamentale che la vigilanza dei mercati finanziari e dei suoi attori sia portata a livello europeo e non più lasciata alle singole autorità di vigilanza nazionali, andando in direzione di una Agenzia di rating europea. 8. Riformare le politiche di coesione Nell'impegno per la crescita economica, l'inclusione sociale e la convergenza territoriale, l'Europa può contare sullo strumento delle “politiche di coesione” che, nonostante i limiti emersi in questi anni, continuano a rappresentare un modello efficace di gestione condivisa degli interventi per lo sviluppo dei territori, a partire dai più deboli. L'Ue ha bisogno oggi di una politica di coesione rafforzata e più ambiziosa. Una riforma profonda e concreta della politica di coesione doterebbe l'Europa di una vera e propria politica di sviluppo capace di apportare un valore aggiunto rispetto alle singole politiche nazionali, non solo perché realizza un principio di solidarietà territoriale, ma anche perché consente il perseguimento di obiettivi di sviluppo condivisi. Un contributo prezioso alle politiche di coesione può venire da un uso sostenibile delle risorse, rafforzando la competitività dei territori. Le future politiche agricole e di sviluppo rurale dovranno rappresentare una leva importante per affrontare grandi sfide dal cambiamento climatico alla salvaguardia della biodiversità, dalla sicurezza alimentare allo sviluppo equilibrato dei territori rurali dell'Unione. 9. Inclusione, lotta alla povertà; reddito minimo europeo La crisi in corso ha dimostrato il ruolo decisivo di stabilizzazione svolto dai sistemi di welfare nella società europea. Il rilancio dell'economia sociale di mercato é per noi un obiettivo fondamentale che richiede politiche comuni e mirate per l'inclusione sociale e la lotta alla povertà. Servono in primo luogo politiche attive per il lavoro che contrastino la precarietà e la proliferazione del lavoro atipico, i quali, non garantendo i diritti e la sicurezza sociale, danno luogo alle nuove forme di povertà che colpiscono anche i lavoratori attivi. Servono strumenti efficaci per riaffermare la dignità della persona e garantire i diritti di cittadinanza a livello nazionale ed europeo. Per questo ci siamo impegnati a chiedere una direttiva quadro che renda obbligatoria l'introduzione in tutti i Paesi membri di schemi di reddito minimo volti ad assicurare un reddito pari almeno al 60% del reddito nazionale medio equivalente, accompagnato da misure per l'accesso facilitato ai servizi pubblici quali alloggio, assistenza sociale e sanitaria, formazione e da politiche specifiche per l'accesso al mercato del lavoro. Va ripensato il sistema di welfare e della previdenza per tutelare soprattutto le nuove generazioni e creare opportunità di conciliazione tra famiglia e lavoro, a cominciare dal Libro Bianco sulla previdenza annunciato dalla Commissione.

II. EUROPA ATTORE GLOBALE Se l’UE vuole superare la sua crisi di identità, non può eludere il rapporto tra globalizzazione e integrazione europea. Per almeno quarant’anni il processo di integrazione europea ha potuto svilupparsi in modo autosufficiente. La globalizzazione, infatti, era nella sua fase iniziale e le sue dinamiche non penetravano così fortemente nella vita dell’Europa. Nell’ultimo decennio invece la globalizzazione ha conosciuto una continua accelerazione. La globalizzazione ha cambiato e cambia ogni giorno il volto del pianeta, i caratteri dello sviluppo, i rapporti tra le aree di mercato, il destino di popoli e nazioni. E, dunque, oggi l’UE deve fare questo salto: pensarsi non come autosufficiente, ma come soggetto che agisce in un mondo più grande e con politiche definite tenendo conto delle dinamiche, dei vincoli e delle tendenze dell’economia globale.

Da qui deriva la necessità di mettere in campo un multilateralismo che su tutti i temi cruciali – la sicurezza e la stabilità politica, la globalizzazione economica, i mutamenti climatici e ambientali, i flussi migratori – sia capace di individuare soluzioni comuni e di associare tutte le nazioni a responsabilità condivise. Dare una governance multilaterale adeguata alla globalizzazione - riformando e rafforzando le istituzioni globali, a partire dall’ONU - richiede che si compia con convinzione anche la scelta di un forte investimento sul rafforzamento delle istituzioni di cooperazione regionale. Non appare, infatti, davvero realistico pensare ad una governante globale incardinata su poche istituzioni di carattere mondiale e su 200 Stati nazionali, quando ormai non vi è questione significativa che non abbia dimensione continentale e subcontinentale. E se si vogliono fare significativi passi in avanti verso una governance globale più efficace, è decisivo investire sul rafforzamento delle istituzioni regionali dotandole di poteri, risorse e competenze che consentano di realizzare politiche di integrazione, di sviluppo e di coesione. E l’Unione Europea è il luogo del pianeta dove la costruzione di un’istituzione sovranazionale forte è più avanzata e ha dunque la responsabilità di essere soggetto attivo della globalizzazione e del multilateralismo. All’Unione Europea – che da più di 60 anni riunisce i più leali alleati degli USA spetta la responsabilità di cogliere le opportunità offerte dalla nuova politica estera del Presidente Obama sostenendo e accompagnando gli Stati Uniti nel passaggio dall’unilateralismo ad un nuovo multilateralismo. E, in un mondo più grande e multipolare, Europa e Stati Uniti sono chiamati ad affermare i propri comuni valori occidentali, non in conflitto e in antagonismo con le altre culture e civiltà del pianeta, ma nella costruzione di un mondo in cui ogni identità possa essere riconosciuta e ogni persona sia sicura dei suoi diritti e delle sue libertà. Peraltro i grandi paesi emergenti della nuova economia globale guardano all’UE come ad un interlocutore essenziale con cui condividere un nuovo assetto multipolare del mondo. E l’Europa deve sentire la responsabilità di aprire una nuova stagione di relazioni tra paesi industrializzati e paesi emergenti, tra paesi produttori e paesi consumatori, tra paesi ricchi e paesi poveri. Sbloccare i negoziati commerciali di Doha, costruire un nuovo partenariato con l’Africa, dare impulso alla cooperazione con le altre istituzioni di integrazione regionale – a partire da Mercosur e Unione Sudamericana – è essenziale per dare alla crisi finanziaria risposte costruite con il pieno coinvolgimento del più gran numero di paesi. E’ responsabilità a cui l’Unione Europea non può e non deve sottrarsi. Non solo, ma la centralità assunta da temi planetari – la lotta al terrorismo, i grandi mutamenti climatici, i più intensi flussi migratori, la competizione economica su scala globale, la gestione delle materie prime e degli scambi, la lotta alla criminalità transnazionale – sollecitano l’Unione Europea a non rinchiudersi in sé stessa e, invece, ad agire, come un “attore globale” assumendosi tutte le responsabilità – politiche, economiche e anche militari – che tale ruolo comporta.

III. UN’EUROPA DEMOCRATICA Bruxelles è più lontana dai cittadini di quanto lo siano Roma, Londra, Parigi, Berlino o Varsavia. E le istituzioni comunitarie non hanno alle spalle quel vissuto storico che consenta ai cittadini di identificarsi con la stessa naturalezza e intensità con cui si riconoscono nelle istituzioni politiche nazionali. Mettere in campo una riforma democratica dell’Unione è, dunque, una necessità. Il Trattato di Lisbona offre gli strumenti per un tale salto di qualità: l’iniziativa popolare europea, che consente ad un milione di cittadini europei, di un certo numero di Stati membri, di invitare la Commissione a presentare proposte; le consultazioni e il dialogo con la società civile, le parti sociali, il mondo associativo, le organizzazioni religiose e non confessionali; le nuove politiche per la cittadinanza e i diritti fondamentali in un vero spazio di giustizia, libertà e sicurezza; i nuovi poteri di controllo dei parlamenti nazionali sul rispetto del principio di sussidiarietà; il diritto di proposta per i parlamenti nazionali. E anche i partiti politici devono ripensare il loro ruolo e il loro modo di fare politica europea: a livello nazionale, il PD collocherà tutte le sue proposte in una più ampia dimensione europea; a livello europeo - muovendo dalla originale e positiva esperienza del gruppo parlamentare dell’Alleanza progressista dei Socialisti e dei Democratici - agiremo perché i gruppi e i partiti politici europei assumano pienamente le loro responsabilità e divengano protagonisti della costruzione dell’Europa politica, oggi ancora in mano unicamente ai governi. Certo, un’Europa che entro pochi anni potrà essere di 35 membri corra il rischio di una difficile coesione. Per questo la forma delle “cooperazioni rafforzate” va incoraggiata, consentendo ai paesi che lo desiderano di realizzare forme di integrazione via via più avanzate. Naturalmente le cooperazioni rafforzate devono essere sempre aperte ad adesioni successive e va mantenuto in ogni caso un “quadro istituzionale unico”, garanzia essenziale di coesione politica e istituzionale dell’Unione intera. Ma soprattutto l’Unione deve ritrovare smalto e offrire ai cittadini quelle certezze che le consentano di essere nuovamente percepita come conveniente e protettiva. E ciò può avvenire solo se si rilanciano le politiche di integrazione sui temi cruciali per la vita di milioni di persone. Serve prima di tutto una strategia per la crescita lungo le proposte avanzate nella prima parte di questa nota. Non meno rilevante è che l’UE consolidi e rafforzi le politiche per la cittadinanza: lo spazio di giustizia, le politiche di immigrazione e di libera circolazione, la lotta alla criminalità, la sicurezza individuale dei cittadini. Temi cruciali su cui, in questi anni, è spesso maturata una crisi di fiducia verso l’Unione. Per questo diventano non più rinviabili il rafforzamento di Europol, il funzionamento di Eurojust, l'istituzione della figura del Procuratore europeo, la definizione di un quadro comune di leggi in materia di lotta alla criminalità organizzata, le mafie e il riciclaggio del denaro proveniente da attività illecite. Gli obiettivi di sviluppo della strategia 2020 non possono peraltro prescindere dalla sfida demografica e dall'invecchiamento della popolazione dell'Unione. In questo senso una politica europea di immigrazione deve svolgere un ruolo decisivo - in particolare, attraverso la definizione di norme europee per l'ingresso e il soggiorno regolare dei cittadini di paesi terzi e per la lotta all'immigrazione irregolare - nella promozione sia della crescita economica che dell'inclusione e dell'integrazione dei lavoratori migranti, cui va garantito uguale accesso ai diritti sociali e previdenziali legati al lavoro.

IV. UN’EUROPA POLITICA, UNITA E FEDERALE Un rilancio forte delle politiche di integrazione interna, deve accompagnarsi ad un rilancio della dimensione politica e istituzionale dell’Unione. Un’Europa capace di cogliere le opportunità offerte dal Trattato di Lisbona: l’estensione delle materie a cui si applica il voto a maggioranza; i maggiori poteri di codecisione del Parlamento Europeo; la riforma della Commissione; un potere di proposta dei Parlamenti nazionali; l’istituzione di una Presidenza permanente del Consiglio Europeo; un Ministro degli Esteri europeo – dotato di un servizio diplomatico proprio – che consenta all’UE di dare corpo e voce ad una politica estera e di sicurezza comune. Riforme che possono consentire all’Unione di fondare la sua maggiore forza non solo sulla cooperazione intergovernativa, ma anche sull’ulteriore sviluppo di politiche di comunitarizzazione.

In tale contesto è essenziale il rafforzamento della proiezione dell’UE ad est e a sud. E’ per noi scelta prioritaria il completamento del percorso di integrazione della Croazia – che ci auguriamo avvenga nei tempi più brevi - e dei Balcani occidentali, la cui definitiva stabilizzazione – dopo anni di guerre e conflitti aspri – non potrà che derivare da una piena appartenenza all’UE di tutti i paesi della regione. Pur consapevoli delle difficoltà e delle ostilità verso la Turchia, continuiamo a essere convinti che si debba andare nella direzione di una inclusione europea di Ankara e che questo obiettivo sia strategico per la stabilità dell’Europa e per quella vasta area che si estende dal Mediterraneo al Golfo Persico. L’istituzione nel 2009 dell’Unione Euromediterranea offre una straordinaria opportunità per rilanciare le politiche di cooperazione, dialogo e integrazione dell’UE con i Paesi del Bacino mediterraneo e di aprire una nuova stagione di dialogo e cooperazione con quel mondo islamico percorso in modo sempre più evidente da una dialettica tra forze riformatrici e correnti integraliste. Strategiche sono altresì le “politiche di vicinato” con quei paesi che stanno ai confini della UE, a partire dalla responsabilità europea di farsi garante della piena sovranità delle nazioni caucasiche e dell’Ucraina. E’ coerente con questo impianto agire perché l’Unione Europea prosegua e sviluppi con la Russia quei rapporti di partenariato e cooperazione utili ad una inclusione di Mosca nella vita della comunità internazionale e a una piena attuazione da parte della Russia dei principi che regolano la legalità internazionale e il rispetto dei diritti umani e civili. L’insieme di queste scelte ci porta, infine, a sottolineare la necessità che l’UE sia fino in fondo partecipe delle politiche per la sicurezza e la stabilità del continente e del mondo. Se, per un lungo periodo, l’Europa è stata consumatrice di sicurezza prodotta da altri – gli USA – oggi all’UE spetta la responsabilità di essere coproduttrice e compartecipe della sicurezza comune. Ed è per questo che il Partito Democratico sostiene con convinzione il ruolo e la presenza militare che l’UE e i suoi paesi membri sono venuti svolgendo, su mandato ONU, dai Balcani al Libano all’Afghanistan. E ancora una volta vogliamo esprimere il pieno apprezzamento per la generosità e la competenza con cui le nostre Forze Armate assolvono il loro compito di pace e di stabilità.

Non contraddice quella nostra scelta l’insistere sulla necessità che a quei conflitti si diano soluzioni politiche fondate sulla condivisione e sul negoziato. Perché in politica l’uso della forza può essere necessario, ma per aprire la strada alla politica e non per sostituirla. Così è stato nei Balcani dove la presenza militare Nato ha consentito di dare attuazione agli accordi di Dayton. Così in Libano, dove la presenza del contingente multinazionale guidato dall’Italia ha fatto cessare il fuoco delle armi e restituito parola alla politica. E così deve essere in Afghanistan, il teatro certo oggi più critico e dove ogni giorno la NATO e i suoi paesi, tra cui l’Italia, pagano un doloroso tributo di sangue. Lì, ancora di più, l’impegno militare NATO deve essere accompagnato da una adeguata strategia di democratic istitution bulding e di ricostruzione civile e economica, che acceleri il trasferimento delle responsabilità a istituzioni democratiche afghane. In ogni caso la stabilità e la sicurezza sono oggi una priorità che richiede un impegno in prima persona dell’UE. La NATO resta naturalmente la principale organizzazione politico-militare per la sicurezza e la stabilità, e non solo per l’Europa. E il Partito Democratico considera il legame transatlantico un pilastro della politica estera europea e italiana. Al tempo stesso vi è una crescente complementarietà tra politiche di sicurezza dell’UE e funzione della NATO. Ed è per questo che vanno incoraggiate forme di “cooperazione rafforzata” tra quei paesi membri dell’Unione pronti ad assumere responsabilità comuni nel campo della difesa e della sicurezza.

Insomma è nostra ferma e piena convinzione che l’Europa uscirà dalle sue difficoltà e sarà all’altezza delle sfide che ha di fronte solo se non ridurrà le sue ambizioni e aprirà una nuova grande stagione della integrazione europea, dandosi politiche e strumenti per una visibile e forte governante economica, sociale e politica. La scelta non deve essere l’Europa minima indispensabile, ma l’Europa massima possibile. Dalla crisi si esce non con meno, ma con più Europa.

Roma, 20 maggio 2010
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